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Walter Veltroni all'Assemblea dei cattolici del Partito democratico "Educare al bene comune"



Il Partito democratico ha il suo fondamento nel portare con sé, nella sua stessa identità, due idee precise: quella di un Paese non più separato da muri, da cortine di ferro, e quella di una politica non più ideologica.

L'intervento integrale di Walter Veltroni

Un anno e mezzo fa, un nostro grande amico, un maestro come Pietro Scoppola, si domandava, e domandava alla platea che lo ascoltava, cosa dovesse essere il nuovo Partito democratico che allora stava iniziando il suo cammino, quale dovesse essere il suo retroterra sociale e culturale, a quali riserve dovesse attingere e come si potesse riuscire a metterle in circolo.

Storicamente, sottolineava Scoppola, i partiti nascono per rappresentare interessi e valori emergenti che non hanno spazio nella realtà sociale e politica e vogliono conquistarlo: così il partito liberale, così il partito socialista, così il partito popolare e poi i comunisti, la Democrazia cristiana, e più tardi gli ambientalisti, i verdi.

Passando all'oggi, da storico Scoppola partiva dalle domande inevase lasciate dal tempo, dai problemi irrisolti lasciati dal secolo scorso, legati tutti a un intreccio di beni e interessi materiali e immateriali.

In sostanza, diceva, il XX secolo ha segnato il fallimento delle ideologie di liberazione dell’uomo legate al mito dell’uomo nuovo costruito dal potere politico o dallo Stato. Ma ha segnato anche il fallimento del mito di una democrazia spontaneamente capace di assicurare le risposte giuste alle sfide della modernità.

La nostra democrazia, diceva Scoppola, è riuscita a integrare le masse popolari nello Stato, ha prodotto maggiore benessere, ha distribuito in modo più equo la ricchezza. Ma non ha risposto fino in fondo alle domande, alle paure provocate dalla modernità.

Una mancata risposta dovuta a una contraddizione non da poco, e cioè che nel momento in cui la complessità dei problemi avrebbe richiesto il massimo di apertura a nuove competenze e a nuove generazioni, il nostro sistema politico ha espresso il massimo di autoreferenzialità.

Una mancata risposta legata anche a due rischi costanti, a due tendenze nemiche della ricerca capace di condurre alle soluzioni: da una parte la tentazione della rinuncia alla difesa della laicità dello Stato, dall'altra l'idea di escludere l'apporto dell'esperienza religiosa alla formazione del tessuto etico della società.

Trascorso un anno e mezzo, questi rischi non sembrano essersi allontanati da noi. Al contrario.

Affiora in particolare, in queste settimane, in questi giorni, la tentazione di dare per scontata nel nostro Paese una netta separazione e una nuova contrapposizione tra laici e cattolici.

Unico caso in Europa, dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria, a destra come a sinistra, sono “misti”, per ispirazioni religiose e non, L'Italia sarebbe condannata a ripetere all’infinito la divisione di Porta Pia, superando all’indietro le stesse collaborazioni che si sono avute nella Prima Repubblica.

Dovremmo ricadere, così, proprio in ciò che si era voluto evitare alla Costituente, quando si ricercavano sempre intese alte tra le forze politiche. Dovremmo rassegnarci a quei muri divisori, a quelle autosufficienze non comunicanti, che uomini come De Gasperi avevano già inteso superare, nelle forme allora possibili.

Dovremmo essere costretti da una parte a minimizzare le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori o dalla rivoluzione femminile o ancora i passi avanti compiuti sui grandi temi legati ai diritti civili. E dovremmo, dall'altra, non considerare, dimenticare, espungere dalla storia, il carattere grande e speciale del cattolicesimo politico italiano, che è stato quello di perseguire un disegno democratico al cui interno far valere l'apporto che la fede religiosa poteva fornire alla realizzazione di un paese più unito e aperto.

Dovremmo, dovrebbe in particolare chi non è credente, ritenere di non aver nulla da imparare dall'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, dalla grande esperienza di libertà del Concilio, dall'esortazione della Gaudium et Spes affinché la Chiesa aprisse “porte e finestre”, dall'inizio del lungo cammino dell'opzione per i poveri, per gli sfruttati, per ciò che la Chiesa chiamò un impegnarsi nel mondo e nella società a partire dagli ultimi.

Dovremmo considerare prive di fondamento le preoccupazioni di quanti nella Chiesa si interrogano, e interrogano l'umanità contemporanea, sul valore della vita e su quello della famiglia, sul tema dell'educazione e sul valore della ricerca scientifica e i limiti alle sue applicazioni tecnologiche, limiti che l'uomo deve avere la saggezza di porsi.

Si tratta di interrogativi profondi, che rendono inquiete le coscienze di credenti e non credenti. Solo una visione superficiale può ridurle a ingerenze o interferenze. “La società giusta – ha scritto Benedetto XVI nella sua prima enciclica dedicata alla carità cristiana – non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia, l'adoperarsi per la giustizia, lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”

Sono parole come queste, così chiare nella distinzione dei piani, che aprono la via del dialogo, che affermano nel modo più alto il valore della laicità, che allontano il rischio della separazione e rendono possibile la ricerca di un terreno su cui muoversi e incontrarsi in nome del bene comune.

Uno dei rischi più grandi che oggi possiamo correre è quello di rinchiuderci in certezze assolute, dentro identità chiuse, esclusive ed escludenti. L’identità fa parte della vita degli uomini e dei popoli, che devono sapere dove affondano le proprie radici. Guai, però, se l’identità diventa un muro precario dietro il quale trincerarsi con ansia e preoccupazione, e non il terreno solido sul quale poggiare per potersi sporgere tranquillamente verso l’altro da sé.

Si tratta dunque di superare la contrapposizione secca che divide, che bolla gli uni come “oscurantisti” e gli altri come “laicisti esasperati”, per arrivare a una reciproca considerazione.

E' proprio l’importanza e la complessità dei grandi temi che la modernità ci pone di fronte, a rendere essenziale la tensione verso una laicità eticamente esigente, una laicità che sappia sostituire al paradigma dell’ “aut-aut” quello dell’ “et-et”.

Nei momenti migliori della nostra storia è stato così. Ed è così che l'Italia è sempre andata avanti, ha superato i momenti più difficili, è cresciuta.

Pensiamo proprio all'esempio della Costituente, a quando tra quei banchi si discusse se la nuova Costituzione dovesse avere un presupposto ideologico e un punto di incontro, e questo punto di incontro fu trovato nell’idea della dignità della persona umana.

Ecco un esempio di sintesi, di reciproco arricchimento, di perseguimento concreto del bene comune: era una idea di matrice cristiana che, laicamente declinata, ha ispirato largamente il testo costituzionale.

Allora io mi chiedo cosa debba mai impedire che quella straordinaria intuizione, il primato della dignità della persona umana, sia oggi principio animatore della vita associata. Mi domando cosa debba mai impedire che essa ispiri, ad esempio, una laicità e una libertà di coscienza e di religione che non neghino, anzi valorizzino, l’apporto delle esperienze religiose alla vita sociale.

Sono domande che io credo sia giusto porsi soprattutto oggi, in un tempo così denso di cambiamenti e così insicuro.

Chiunque si metta in ascolto con mente aperta e libera percepisce oggi, nelle nostre società, uno smarrimento diffuso. Individuale, ma anche collettivo. Una vera e propria “perdita di senso”, sotto una fitta coltre di egoismo e di cinismo. Un deserto di valori, che conduce all’indifferenza verso ogni regola morale, che fa della vita e dei sentimenti degli altri una variabile che non conta, perché l’unica cosa importante è procedere a tutta velocità, e nel modo più facile possibile, nella ricerca del proprio ed esclusivo benessere. E in questa ricerca, che è poi ricerca del “successo”, perché è l’approvazione esterna che conta mille volte di più della soddisfazione personale, è importante non “essere”, ma “apparire”. Non il cammino, ma il traguardo da tagliare per primi, se necessario anche deviando dal percorso, prendendo una scorciatoia non consentita. Questo è il messaggio che arriva, purtroppo soprattutto ai giovani, dalla cultura oggi predominante.

Oggi la grande questione di fronte a noi è quella dei valori. Valori consumati dalla cultura predominante del nostro tempo, che è, “ingannevolmente, quella dello ‘star bene’ come principio assoluto”, per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa Pasqua dal Cardinal Martini. Valori senza i quali una società non può stare insieme, non è nemmeno più tale, e un individuo rischia di essere solo un viandante privo di meta, privo del senso stesso del suo cammino.

Eppure. Eppure resta vero che le persone vogliono, ancora oggi, sentire di avere uno scopo. E' vero che vogliono essere riconosciute nella loro individualità e al tempo stesso sentirsi parte di qualcosa di più grande. Vogliono poter credere di non essere semplicemente destinate a percorrere una lunga strada verso il nulla.

Non è, questa, una cosa che riguarda solo chi crede. E la politica non può chiamarsi fuori, non può essere indifferente. Il terreno degli ideali e dei valori morali che servono per tenere insieme una società è grandissimo. Le convinzioni di fede di ciascuno si possono e si devono conciliare con il bene di tutti, superando i reciproci sospetti, cercando un punto di incontro virtuoso, che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.

Vedete, a volte le idee e le posizioni politiche vengono semplificate, a volte la comprensione profonda viene sacrificata sull'altare della notizia che fa colore e viene letta sui giornali con più facilità. Tutto si riduce, ad esempio, a identificare l'uno o l'altro dei candidati delle primarie americane con questo o quello degli esponenti politici del nostro Paese, cercando somiglianze o facili affinità.

Ma se di Barack Obama, delle sue idee, io devo sottolineare una delle cose su cui più mi trovo d'accordo, anzi in piena sintonia, è proprio la novità del suo approccio, la capacità di superare gli schemi “classici” che separano rigidamente sfera privata e sfera pubblica.

“Dire che uomini e donne non dovrebbero far confluire la loro morale personale, la loro fede, nel dibattito pubblico, è un assurdo pratico”, dice Obama, che aggiunge: “se noi progressisti riuscissimo a disfarci dei pregiudizi, potremmo riconoscere l'esistenza di valori convergenti, condivisi da credenti e laici, quando si tratta della direzione morale e materiale del nostro Paese”.

Obama esprime con queste parole, in modo molto chiaro, una cosa molto profonda e preziosa: i laici sbagliano quando chiedono ai credenti di lasciare fuori dalla porta la religione prima di entrare nell’agone politico. Allo stesso modo, alle persone motivate dalla fede, una democrazia pluralista chiede di tradurre le proprie preoccupazioni in valori universali piuttosto che esclusivamente religiosi, e in proposte sottoposte alla discussione, aperte alla ragione.

Io sono convinto che questi siano davvero temi alti, decisivi, oggi forse più di ieri. Di fronte ad essi una politica che non sia altrettanto alta e grande, che non sappia superare la separazione e ricercare la sintesi, è condannata a rimanere muta, senza risposte.

E sono convinto che il Partito democratico abbia anche qui, in questo principio, in questo patrimonio di valori, la sua stella polare.

Il Partito democratico ha il suo fondamento nel portare con sé, nella sua stessa identità, due idee precise: quella di un Paese non più separato da muri, da cortine di ferro, e quella di una politica non più ideologica.

Una politica, cioè, che non sceglie di far suo un unico principio, un unico interesse, come se in una decisione si dovesse considerare un solo aspetto, un solo sguardo sul mondo, in un gioco a somma zero. Una politica che sceglie invece di equilibrare tutto questo, con ragionevolezza e potremmo dire con saggezza.

La politica, per come la intendiamo noi, è questo.

Ognuno di noi ha certamente un sistema di valori morali che ispirano e orientano, che danno senso e perfino gusto al suo impegno politico. Per molti questi valori sono di origine religiosa. Nessuno di noi potrebbe rinunciarci o farne a meno. Ma nessuno di noi può pensare di tradurli in modo diretto e immediato nell'attività e nella decisione politica.

Voglio rifarmi ancora a Pietro Scoppola, a un articolo che scrisse il giorno della visita di Papa Giovanni Paolo II al Parlamento italiano, perché non saprei dir meglio: “La laicità dello Stato italiano non è indifferenza dello Stato al fattore religioso, non è ideologia di Stato alternativa a singole fedi religiose, ma riconoscimento del ruolo e degli spazi di ogni fede religiosa, come fattore che contribuisce al formarsi di un'etica collettiva nel quadro di un pluralismo e di una libertà a tutti garantiti”.

“I cattolici sanno – continuava Scoppola – quanto è difficile, in una società secolarizzata come la nostra, una testimonianza coerente al Vangelo; sanno di potere e dover concorrere democraticamente, come tutti i cittadini, a far sì che le leggi dello stato siano ispirate ai valori di cui sono portatori, ma sanno di non poter esigere la piena rispondenza delle leggi a questi valori: il formarsi della legge è necessariamente legato alla dialettica democratica fra posizioni diverse, talvolta contrastanti”.

La politica è questo. E' lo spazio della convivenza con altri che hanno diversi valori etici. Ed è tentativo di argomentare e convincere gli altri della bontà di un'idea, di una proposta, di una scelta. E’ ricerca comune di soluzioni buone e condivisibili ai problemi di tutti. Altrimenti il confronto resta fermo allo scontro tra visioni incomponibili e inconciliabili, e la democrazia si riduce a registrazione dei rapporti di forza numerici.

Il Partito democratico è nato con questa consapevolezza. E' nato per guardare in avanti anziché indietro, alla storia del XXI secolo anziché a quella del Novecento. Ed è per questo che tra le sue ambizioni e i suoi obiettivi ha quello di ripensare in modo nuovo, serio e adeguato ai problemi di oggi, la laicità e il rapporto tra etica e politica.

E' stato scritto ieri, e io sono d'accordo: ci sono realtà sociali, culturali, confessionali, che possono, e che talora devono, rappresentare ottiche più parziali, esporre le proprie motivazioni in un modo assertivo, anche per lanciare messaggi di riconoscimento e di carattere educativo ai propri aderenti e nella società. Ma la politica che vuol far camminare un Paese ha un dovere in più, anche scontando il fatto di non poter ogni volta accontentare tutti: andare oltre ogni anacronistico steccato e costruire ponti. I ponti culturali su cui il Paese può correre.

La laicità delle istituzioni, valore che accomuna credenti e non credenti, non va invocata a parole, più o meno polemiche, ma fatta vivere ogni giorno.

La laicità si difende e si afferma rilanciando il ruolo della politica, che tutti deve ascoltare, da tutti deve raccogliere, per poi esercitare un prima persona il proprio inderogabile dovere di sintesi. E di responsabile decisione.

Come noi faremo anche sui temi più sensibili e importanti, dal testamento biologico ai diritti delle persone che convivono stabilmente. Temi delicati, da sottrarre all'incendio della polemica elettorale.

Perché ha ragione il direttore dell'Osservatore Romano quando dice, come ha fatto ancora ieri, che i temi etici non devono “diventare dei mezzi per raccogliere voti” e che “se si riesce a tenerli fuori dell'agone elettorale allora c'è qualche possibilità in più che su alcune questioni fondame si crei del consenso”.

Parole sagge. Anche perché chiunque abbia a cuore la dignità della persona umana sa che le grandi domande che il nostro tempo porta con sé sono uguali per tutti, sono spesso nuove e richiedono risposte ugualmente comuni e nuove.

Non mi convince, in questo senso, l’idea che ci sarebbero domande costitutivamente diverse tra laici e cattolici.

Pensiamo proprio alle questioni ormai definite “eticamente sensibili”, pensiamo a tutto ciò che ha a che fare con la vita, il suo inizio, la sua fine, la sua trasmissione.

Ma pensiamo anche al tema della democrazia, della crisi democratica di cui oggi soffre il nostro Paese, cosa che come sapete è uno degli “assilli” del Pd. Ricorderete certo tutti i molti interventi fatti ad esempio proprio dal Cardinal Martini, che da Arcivescovo da Milano, nelle sue lettere pastorali per la festa di Sant'Ambrogio chiedeva ai cattolici di farsi carico in politica non solo delle questioni di immediata rilevanza etica ma anche del buon funzionamento della democrazia e delle istituzioni.

Usciamo allora dai vecchi cliché, dalle separazioni di comodo, dai compartimenti stagni che per alcuni dovrebbero continuare a dividere la politica. Ripeto: le domande sono le stesse per tutti. Non costruiamo caricature speculari e che si alimentano a vicenda: non ci sono da una parte i cosiddetti “laici” che si occuperebbero in modo semplicistico e ideologico dei diritti volendo affermare una neutralità ideologica assoluta dello Stato e dall'altra parte dei credenti che sarebbero contrari alla crescita dei diritti perché avversari della libertà della persona.

Il Partito democratico, laici e cattolici insieme, come si vede da Statuto, Manifesto e Codice Etico, non ha mai assunto un approccio puramente individualistico, perché sappiamo bene che la singola persona è inserita in ambienti culturali e sociali che non le consentono di scegliere liberamente anche contro la volontà del gruppo o la sensibilità altrui. A volte si può e si deve limitare un diritto non solo perché ciò interagisce coi diritti altrui, ma anche a tutela della persona stessa.

Questa mattina ho sentito che il leader dello schieramento a noi avverso ha definito il suo un partito “monarchico”, e questo è innegabile, e al tempo stesso “anarchico”, nel senso di indifferente rispetto alle questioni di “etica e morale”, che si potrebbero risolvere esclusivamente con la libertà di coscienza.

E' chiaro che la coscienza di ognuno è incomprimibile. Ma lo sforzo deve essere cercare la sintesi. Non l'agnosticismo.

E' una visione che non ci appartiene. Per noi il rapporto tra etica e politica è un rapporto forte e vitale. Implica un rigore che si deve poter riconoscere anche nel momento della scelta delle donne e degli uomini chiamati a portare in Parlamento le nostre idee e i nostri programmi. Nei giorni scorsi autorevoli voci si sono levate dal mondo cattolico per chiedere una selezione attenta delle candidature. Sono preoccupazioni giuste, e sono anche le nostre, quelle che hanno dato vita al codice etico del Partito democratico, quelle che ci hanno spinto ad arricchire le nostre liste con figure rappresentative di una visione eticamente esigente della politica come quelle, che sono lieto di annunciare oggi, del professor Mauro Ceruti e del giornalista,e conduttore del programma “A sua immagine”, Andrea Sarubbi.

La proposta del Partito democratico è la proposta di chi sa che non è certo compito di un partito produrre catechismi laici, ma sa altrettanto bene che la politica non può dare soluzioni ai problemi senza farsi guidare da un sistema di valori e senza interpellare in profondità le coscienze.

E' un equilibrio delicato, ma indispensabile. Quando nei giorni scorsi abbiamo scritto il nostro programma non abbiamo prodotto un punto a parte sui diritti, proponendo un elenco deduttivo e astorico di priorità tra valori e principi. Non è questa la via per coniugare etica e politica. Lo sforzo, continuo, deve essere quello della sintesi.

Se affronto un valore alla volta è ovvio che io, prendendolo isolatamente, lo possa affermare come intangibile, incomprimbile, non negoziabile. Tuttavia quando il politico è chiamato a fare scelte e opera direttamente sulla complessità della realtà si trova di fronte, per fare alcuni esempi, al dovere di coniugare la difesa della vita e il rifiuto dell’accanimento terapeutico; la valorizzazione della particolare dignità della famiglia fondata sul matrimonio e i diritti delle persone che convivono stabilmente; gli obblighi di servizio del personale sanitario e l’obiezione di coscienza; la tutela della salute fisica e psichica della donna e quella della vita umana dal suo inizio.

E a proposito della legge 194: dov'è la contraddizione tra la difesa di una legge che ha dimezzato il numero degli aborti e fatto uscire le donne dal buio della clandestinità e la volontà nostra di applicarla integralmente, valorizzandone gli aspetti di prevenzione e facendo leva sui progressi della scienza per rafforzare la tutela della vita e allontanare dalle donne quello che resta comunque un dramma? Dov'è la contraddizione?

E’ a partire da questi convincimenti profondi che abbiamo risposto alla richiesta dei radicali di schierarsi con noi.

Se abbiamo detto loro non di apparentarsi con la nostra lista, come con insistenza ci hanno chiesto, ma di entrarci dentro, rinunciando a presentarsi col loro simbolo accanto al nostro, impegnandosi a sottoscrivere il nostro programma e a formare un unico gruppo parlamentare all'indomani delle elezioni, è perché anche a loro abbiamo chiesto di superare la pura cultura delle identità separate e autosufficienti e di mettersi in gioco e in discussione, a confronto con gli altri, assumendo il rischio e abbracciando l’opportunità di una ricerca comune.

Noi abbiamo fatto, così, una grande operazione di coinvolgimento. Abbiamo portato dentro il nostro grande progetto, dentro la nostra visione politica e culturale, una forza che rimanendo sola, allora sì avrebbe finito per esprimere posizioni esasperatamente laiciste, per rimarcare il suo ruolo, per sottolineare i suoi obiettivi, per guadagnare un consenso di tipo esclusivamente identitario.

Invece abbiamo chiesto, e abbiamo ottenuto, molto. Ad un partito che si chiama “radicale” e che quindi ha sempre fatto della nettezza delle sue posizioni la sua identità, abbiamo chiesto di accettare la cultura del dialogo e della mediazione.

L'abbiamo fatto perché chi vuole venire con noi deve accettare di condividere questo nostro impegno.

E perché, semplicemente, questo è quel che serve all’Italia, al nostro Paese.

Il mondo sta cambiando attorno a noi. E l’Italia non ha a che fare con una crisi congiunturale, dalla quale potrà uscire più o meno come è entrata. Solo se sapremo chiamare a raccolta tutte le risorse intellettuali e morali del Paese, le straordinarie energie oggi sottoutilizzate, a cominciare dal talento delle donne e da quello dei giovani, potremo dare all’Italia un futuro di ripresa, di rilancio, di speranza.

Solo se sapremo ascoltare le domande che arrivano dalle famiglie italiane, se sapremo sostenerle concretamente e farle essere serenamente quel luogo d'amore e di solidarietà che sono, proteggendo i bambini con leggi che puniscano nel modo più severo chi si macchia del più orrendo dei crimini; e ancora moltiplicando i posti negli asili nido e rendendo più flessibili gli orari e i tempi di lavoro, aiutando in modo significativo attraverso l'introduzione di una “Dote fiscale” le famiglie con figli. Ribaltando, in poche parole, l'attuale circolo vizioso tra bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile, facendolo diventare un circolo virtuoso fatto di più donne occupate, più nascite e famiglie economicamente più sicure.

Per tutto questo è nato il Partito Democratico: non per affiancare forze che restano divise, magari accomunate solo dal nemico da sconfiggere. Tutto il contrario: il Partito Democratico è nato per unire il Paese, per abbattere muri e steccati, per aprire porte e costruire ponti: tra impresa e lavoro, tra lavoratori dipendenti e autonomi, tra Nord e Sud, tra padri e figli, tra laici e cattolici. Perché solo insieme, lavorando insieme, pensando insieme, cercando insieme, ce la possiamo fare.

Insieme, laici e cattolici del Partito democratico, noi rivendichiamo il valore della nostra responsabilità. Dell'etica della responsabilità.

Alcide De Gasperi, pochi mesi dopo la fine della guerra, alla prima Settimana Sociale dei Cattolici italiani, richiamava il carattere inevitabilmente diverso dei due punti di vista: “Avvicinarsi a questa assise”, disse, “è come eseguire una grande ascensione montana. Ci si trova in un’atmosfera ossigenata. Non sempre quando si scende dall’alta montagna è possibile mantenere la stessa atmosfera, e direi non sempre la stessa prospettiva può essere attuata quando si tratti di dover fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione.”

Sono parole che testimoniano la grandezza dello statista e dell'uomo, del credente e del laico insieme. E che sono l'esempio di come larga parte della storia dell’impegno dei cattolici sia stata segnata, in Italia, da momenti in cui ad una astratta etica della testimonianza è stata privilegiata un’etica della responsabilità, per garantire la coesione sociale e culturale del Paese.

Come non ripensare, ad esempio, all’atteggiamento di Aldo Moro, che ricorderemo domani, sul referendum sul divorzio e sulla solidarietà nazionale. Come non andare con la mente e col cuore a uno degli uomini che tra i primi ha indicato il cammino e ha lavorato per aprire la strada. “Aveva un fortissimo pudore e riserbo sulle cose intime e personali”, ha detto Giovanni Bazoli ricordando Beniamino Andreatta, “ma è altrettanto vero che i valori del cattolicesimo informavano le sue scelte e i suoi comportamenti privati e pubblici”.

C'è un grande patrimonio che vive, attraverso le persone animate da fede vera e profonda, dentro il Partito democratico, e che contribuisce a dargli identità e forza. E' anche grazie a questa ricchezza che proseguiremo il nostro cammino e che cambieremo l'Italia. Insieme.