Walter Veltroni all'Assemblea dei cattolici del Partito democratico
"Educare al bene comune"
Il Partito democratico ha il suo fondamento nel portare con
sé, nella sua stessa identità, due idee precise:
quella di un Paese non più separato da muri, da cortine
di ferro, e quella di una politica non più ideologica.
L'intervento integrale di Walter Veltroni
Un anno e mezzo fa, un nostro grande amico, un maestro come
Pietro Scoppola, si domandava, e domandava alla platea che
lo ascoltava, cosa dovesse essere il nuovo Partito democratico
che allora stava iniziando il suo cammino, quale dovesse essere
il suo retroterra sociale e culturale, a quali riserve dovesse
attingere e come si potesse riuscire a metterle in circolo.
Storicamente, sottolineava Scoppola, i partiti nascono per
rappresentare interessi e valori emergenti che non hanno spazio
nella realtà sociale e politica e vogliono conquistarlo:
così il partito liberale, così il partito socialista,
così il partito popolare e poi i comunisti, la Democrazia
cristiana, e più tardi gli ambientalisti, i verdi.
Passando all'oggi, da storico Scoppola partiva dalle domande
inevase lasciate dal tempo, dai problemi irrisolti lasciati
dal secolo scorso, legati tutti a un intreccio di beni e interessi
materiali e immateriali.
In sostanza, diceva, il XX secolo ha segnato il fallimento
delle ideologie di liberazione dell’uomo legate al mito
dell’uomo nuovo costruito dal potere politico o dallo
Stato. Ma ha segnato anche il fallimento del mito di una democrazia
spontaneamente capace di assicurare le risposte giuste alle
sfide della modernità.
La nostra democrazia, diceva Scoppola, è riuscita
a integrare le masse popolari nello Stato, ha prodotto maggiore
benessere, ha distribuito in modo più equo la ricchezza.
Ma non ha risposto fino in fondo alle domande, alle paure
provocate dalla modernità.
Una mancata risposta dovuta a una contraddizione non da poco,
e cioè che nel momento in cui la complessità
dei problemi avrebbe richiesto il massimo di apertura a nuove
competenze e a nuove generazioni, il nostro sistema politico
ha espresso il massimo di autoreferenzialità.
Una mancata risposta legata anche a due rischi costanti,
a due tendenze nemiche della ricerca capace di condurre alle
soluzioni: da una parte la tentazione della rinuncia alla
difesa della laicità dello Stato, dall'altra l'idea
di escludere l'apporto dell'esperienza religiosa alla formazione
del tessuto etico della società.
Trascorso un anno e mezzo, questi rischi non sembrano essersi
allontanati da noi. Al contrario.
Affiora in particolare, in queste settimane, in questi giorni,
la tentazione di dare per scontata nel nostro Paese una netta
separazione e una nuova contrapposizione tra laici e cattolici.
Unico caso in Europa, dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria,
a destra come a sinistra, sono “misti”, per ispirazioni
religiose e non, L'Italia sarebbe condannata a ripetere all’infinito
la divisione di Porta Pia, superando all’indietro le
stesse collaborazioni che si sono avute nella Prima Repubblica.
Dovremmo ricadere, così, proprio in ciò che
si era voluto evitare alla Costituente, quando si ricercavano
sempre intese alte tra le forze politiche. Dovremmo rassegnarci
a quei muri divisori, a quelle autosufficienze non comunicanti,
che uomini come De Gasperi avevano già inteso superare,
nelle forme allora possibili.
Dovremmo essere costretti da una parte a minimizzare le conquiste
ottenute dal movimento dei lavoratori o dalla rivoluzione
femminile o ancora i passi avanti compiuti sui grandi temi
legati ai diritti civili. E dovremmo, dall'altra, non considerare,
dimenticare, espungere dalla storia, il carattere grande e
speciale del cattolicesimo politico italiano, che è
stato quello di perseguire un disegno democratico al cui interno
far valere l'apporto che la fede religiosa poteva fornire
alla realizzazione di un paese più unito e aperto.
Dovremmo, dovrebbe in particolare chi non è credente,
ritenere di non aver nulla da imparare dall'insegnamento della
dottrina sociale della Chiesa, dalla grande esperienza di
libertà del Concilio, dall'esortazione della Gaudium
et Spes affinché la Chiesa aprisse “porte e finestre”,
dall'inizio del lungo cammino dell'opzione per i poveri, per
gli sfruttati, per ciò che la Chiesa chiamò
un impegnarsi nel mondo e nella società a partire dagli
ultimi.
Dovremmo considerare prive di fondamento le preoccupazioni
di quanti nella Chiesa si interrogano, e interrogano l'umanità
contemporanea, sul valore della vita e su quello della famiglia,
sul tema dell'educazione e sul valore della ricerca scientifica
e i limiti alle sue applicazioni tecnologiche, limiti che
l'uomo deve avere la saggezza di porsi.
Si tratta di interrogativi profondi, che rendono inquiete
le coscienze di credenti e non credenti. Solo una visione
superficiale può ridurle a ingerenze o interferenze.
“La società giusta – ha scritto Benedetto
XVI nella sua prima enciclica dedicata alla carità
cristiana – non può essere opera della Chiesa,
ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia, l'adoperarsi
per la giustizia, lavorando per l'apertura dell'intelligenza
e della volontà alle esigenze del bene la interessa
profondamente”
Sono parole come queste, così chiare nella distinzione
dei piani, che aprono la via del dialogo, che affermano nel
modo più alto il valore della laicità, che allontano
il rischio della separazione e rendono possibile la ricerca
di un terreno su cui muoversi e incontrarsi in nome del bene
comune.
Uno dei rischi più grandi che oggi possiamo correre
è quello di rinchiuderci in certezze assolute, dentro
identità chiuse, esclusive ed escludenti. L’identità
fa parte della vita degli uomini e dei popoli, che devono
sapere dove affondano le proprie radici. Guai, però,
se l’identità diventa un muro precario dietro
il quale trincerarsi con ansia e preoccupazione, e non il
terreno solido sul quale poggiare per potersi sporgere tranquillamente
verso l’altro da sé.
Si tratta dunque di superare la contrapposizione secca che
divide, che bolla gli uni come “oscurantisti”
e gli altri come “laicisti esasperati”, per arrivare
a una reciproca considerazione.
E' proprio l’importanza e la complessità dei
grandi temi che la modernità ci pone di fronte, a rendere
essenziale la tensione verso una laicità eticamente
esigente, una laicità che sappia sostituire al paradigma
dell’ “aut-aut” quello dell’ “et-et”.
Nei momenti migliori della nostra storia è stato così.
Ed è così che l'Italia è sempre andata
avanti, ha superato i momenti più difficili, è
cresciuta.
Pensiamo proprio all'esempio della Costituente, a quando
tra quei banchi si discusse se la nuova Costituzione dovesse
avere un presupposto ideologico e un punto di incontro, e
questo punto di incontro fu trovato nell’idea della
dignità della persona umana.
Ecco un esempio di sintesi, di reciproco arricchimento, di
perseguimento concreto del bene comune: era una idea di matrice
cristiana che, laicamente declinata, ha ispirato largamente
il testo costituzionale.
Allora io mi chiedo cosa debba mai impedire che quella straordinaria
intuizione, il primato della dignità della persona
umana, sia oggi principio animatore della vita associata.
Mi domando cosa debba mai impedire che essa ispiri, ad esempio,
una laicità e una libertà di coscienza e di
religione che non neghino, anzi valorizzino, l’apporto
delle esperienze religiose alla vita sociale.
Sono domande che io credo sia giusto porsi soprattutto oggi,
in un tempo così denso di cambiamenti e così
insicuro.
Chiunque si metta in ascolto con mente aperta e libera percepisce
oggi, nelle nostre società, uno smarrimento diffuso.
Individuale, ma anche collettivo. Una vera e propria “perdita
di senso”, sotto una fitta coltre di egoismo e di cinismo.
Un deserto di valori, che conduce all’indifferenza verso
ogni regola morale, che fa della vita e dei sentimenti degli
altri una variabile che non conta, perché l’unica
cosa importante è procedere a tutta velocità,
e nel modo più facile possibile, nella ricerca del
proprio ed esclusivo benessere. E in questa ricerca, che è
poi ricerca del “successo”, perché è
l’approvazione esterna che conta mille volte di più
della soddisfazione personale, è importante non “essere”,
ma “apparire”. Non il cammino, ma il traguardo
da tagliare per primi, se necessario anche deviando dal percorso,
prendendo una scorciatoia non consentita. Questo è
il messaggio che arriva, purtroppo soprattutto ai giovani,
dalla cultura oggi predominante.
Oggi la grande questione di fronte a noi è quella
dei valori. Valori consumati dalla cultura predominante del
nostro tempo, che è, “ingannevolmente, quella
dello ‘star bene’ come principio assoluto”,
per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa
Pasqua dal Cardinal Martini. Valori senza i quali una società
non può stare insieme, non è nemmeno più
tale, e un individuo rischia di essere solo un viandante privo
di meta, privo del senso stesso del suo cammino.
Eppure. Eppure resta vero che le persone vogliono, ancora
oggi, sentire di avere uno scopo. E' vero che vogliono essere
riconosciute nella loro individualità e al tempo stesso
sentirsi parte di qualcosa di più grande. Vogliono
poter credere di non essere semplicemente destinate a percorrere
una lunga strada verso il nulla.
Non è, questa, una cosa che riguarda solo chi crede.
E la politica non può chiamarsi fuori, non può
essere indifferente. Il terreno degli ideali e dei valori
morali che servono per tenere insieme una società è
grandissimo. Le convinzioni di fede di ciascuno si possono
e si devono conciliare con il bene di tutti, superando i reciproci
sospetti, cercando un punto di incontro virtuoso, che non
mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.
Vedete, a volte le idee e le posizioni politiche vengono
semplificate, a volte la comprensione profonda viene sacrificata
sull'altare della notizia che fa colore e viene letta sui
giornali con più facilità. Tutto si riduce,
ad esempio, a identificare l'uno o l'altro dei candidati delle
primarie americane con questo o quello degli esponenti politici
del nostro Paese, cercando somiglianze o facili affinità.
Ma se di Barack Obama, delle sue idee, io devo sottolineare
una delle cose su cui più mi trovo d'accordo, anzi
in piena sintonia, è proprio la novità del suo
approccio, la capacità di superare gli schemi “classici”
che separano rigidamente sfera privata e sfera pubblica.
“Dire che uomini e donne non dovrebbero far confluire
la loro morale personale, la loro fede, nel dibattito pubblico,
è un assurdo pratico”, dice Obama, che aggiunge:
“se noi progressisti riuscissimo a disfarci dei pregiudizi,
potremmo riconoscere l'esistenza di valori convergenti, condivisi
da credenti e laici, quando si tratta della direzione morale
e materiale del nostro Paese”.
Obama esprime con queste parole, in modo molto chiaro, una
cosa molto profonda e preziosa: i laici sbagliano quando chiedono
ai credenti di lasciare fuori dalla porta la religione prima
di entrare nell’agone politico. Allo stesso modo, alle
persone motivate dalla fede, una democrazia pluralista chiede
di tradurre le proprie preoccupazioni in valori universali
piuttosto che esclusivamente religiosi, e in proposte sottoposte
alla discussione, aperte alla ragione.
Io sono convinto che questi siano davvero temi alti, decisivi,
oggi forse più di ieri. Di fronte ad essi una politica
che non sia altrettanto alta e grande, che non sappia superare
la separazione e ricercare la sintesi, è condannata
a rimanere muta, senza risposte.
E sono convinto che il Partito democratico abbia anche qui,
in questo principio, in questo patrimonio di valori, la sua
stella polare.
Il Partito democratico ha il suo fondamento nel portare con
sé, nella sua stessa identità, due idee precise:
quella di un Paese non più separato da muri, da cortine
di ferro, e quella di una politica non più ideologica.
Una politica, cioè, che non sceglie di far suo un
unico principio, un unico interesse, come se in una decisione
si dovesse considerare un solo aspetto, un solo sguardo sul
mondo, in un gioco a somma zero. Una politica che sceglie
invece di equilibrare tutto questo, con ragionevolezza e potremmo
dire con saggezza.
La politica, per come la intendiamo noi, è questo.
Ognuno di noi ha certamente un sistema di valori morali che
ispirano e orientano, che danno senso e perfino gusto al suo
impegno politico. Per molti questi valori sono di origine
religiosa. Nessuno di noi potrebbe rinunciarci o farne a meno.
Ma nessuno di noi può pensare di tradurli in modo diretto
e immediato nell'attività e nella decisione politica.
Voglio rifarmi ancora a Pietro Scoppola, a un articolo che
scrisse il giorno della visita di Papa Giovanni Paolo II al
Parlamento italiano, perché non saprei dir meglio:
“La laicità dello Stato italiano non è
indifferenza dello Stato al fattore religioso, non è
ideologia di Stato alternativa a singole fedi religiose, ma
riconoscimento del ruolo e degli spazi di ogni fede religiosa,
come fattore che contribuisce al formarsi di un'etica collettiva
nel quadro di un pluralismo e di una libertà a tutti
garantiti”.
“I cattolici sanno – continuava Scoppola –
quanto è difficile, in una società secolarizzata
come la nostra, una testimonianza coerente al Vangelo; sanno
di potere e dover concorrere democraticamente, come tutti
i cittadini, a far sì che le leggi dello stato siano
ispirate ai valori di cui sono portatori, ma sanno di non
poter esigere la piena rispondenza delle leggi a questi valori:
il formarsi della legge è necessariamente legato alla
dialettica democratica fra posizioni diverse, talvolta contrastanti”.
La politica è questo. E' lo spazio della convivenza
con altri che hanno diversi valori etici. Ed è tentativo
di argomentare e convincere gli altri della bontà di
un'idea, di una proposta, di una scelta. E’ ricerca
comune di soluzioni buone e condivisibili ai problemi di tutti.
Altrimenti il confronto resta fermo allo scontro tra visioni
incomponibili e inconciliabili, e la democrazia si riduce
a registrazione dei rapporti di forza numerici.
Il Partito democratico è nato con questa consapevolezza.
E' nato per guardare in avanti anziché indietro, alla
storia del XXI secolo anziché a quella del Novecento.
Ed è per questo che tra le sue ambizioni e i suoi obiettivi
ha quello di ripensare in modo nuovo, serio e adeguato ai
problemi di oggi, la laicità e il rapporto tra etica
e politica.
E' stato scritto ieri, e io sono d'accordo: ci sono realtà
sociali, culturali, confessionali, che possono, e che talora
devono, rappresentare ottiche più parziali, esporre
le proprie motivazioni in un modo assertivo, anche per lanciare
messaggi di riconoscimento e di carattere educativo ai propri
aderenti e nella società. Ma la politica che vuol far
camminare un Paese ha un dovere in più, anche scontando
il fatto di non poter ogni volta accontentare tutti: andare
oltre ogni anacronistico steccato e costruire ponti. I ponti
culturali su cui il Paese può correre.
La laicità delle istituzioni, valore che accomuna
credenti e non credenti, non va invocata a parole, più
o meno polemiche, ma fatta vivere ogni giorno.
La laicità si difende e si afferma rilanciando il
ruolo della politica, che tutti deve ascoltare, da tutti deve
raccogliere, per poi esercitare un prima persona il proprio
inderogabile dovere di sintesi. E di responsabile decisione.
Come noi faremo anche sui temi più sensibili e importanti,
dal testamento biologico ai diritti delle persone che convivono
stabilmente. Temi delicati, da sottrarre all'incendio della
polemica elettorale.
Perché ha ragione il direttore dell'Osservatore Romano
quando dice, come ha fatto ancora ieri, che i temi etici non
devono “diventare dei mezzi per raccogliere voti”
e che “se si riesce a tenerli fuori dell'agone elettorale
allora c'è qualche possibilità in più
che su alcune questioni fondame si crei del consenso”.
Parole sagge. Anche perché chiunque abbia a cuore
la dignità della persona umana sa che le grandi domande
che il nostro tempo porta con sé sono uguali per tutti,
sono spesso nuove e richiedono risposte ugualmente comuni
e nuove.
Non mi convince, in questo senso, l’idea che ci sarebbero
domande costitutivamente diverse tra laici e cattolici.
Pensiamo proprio alle questioni ormai definite “eticamente
sensibili”, pensiamo a tutto ciò che ha a che
fare con la vita, il suo inizio, la sua fine, la sua trasmissione.
Ma pensiamo anche al tema della democrazia, della crisi democratica
di cui oggi soffre il nostro Paese, cosa che come sapete è
uno degli “assilli” del Pd. Ricorderete certo
tutti i molti interventi fatti ad esempio proprio dal Cardinal
Martini, che da Arcivescovo da Milano, nelle sue lettere pastorali
per la festa di Sant'Ambrogio chiedeva ai cattolici di farsi
carico in politica non solo delle questioni di immediata rilevanza
etica ma anche del buon funzionamento della democrazia e delle
istituzioni.
Usciamo allora dai vecchi cliché, dalle separazioni
di comodo, dai compartimenti stagni che per alcuni dovrebbero
continuare a dividere la politica. Ripeto: le domande sono
le stesse per tutti. Non costruiamo caricature speculari e
che si alimentano a vicenda: non ci sono da una parte i cosiddetti
“laici” che si occuperebbero in modo semplicistico
e ideologico dei diritti volendo affermare una neutralità
ideologica assoluta dello Stato e dall'altra parte dei credenti
che sarebbero contrari alla crescita dei diritti perché
avversari della libertà della persona.
Il Partito democratico, laici e cattolici insieme, come si
vede da Statuto, Manifesto e Codice Etico, non ha mai assunto
un approccio puramente individualistico, perché sappiamo
bene che la singola persona è inserita in ambienti
culturali e sociali che non le consentono di scegliere liberamente
anche contro la volontà del gruppo o la sensibilità
altrui. A volte si può e si deve limitare un diritto
non solo perché ciò interagisce coi diritti
altrui, ma anche a tutela della persona stessa.
Questa mattina ho sentito che il leader dello schieramento
a noi avverso ha definito il suo un partito “monarchico”,
e questo è innegabile, e al tempo stesso “anarchico”,
nel senso di indifferente rispetto alle questioni di “etica
e morale”, che si potrebbero risolvere esclusivamente
con la libertà di coscienza.
E' chiaro che la coscienza di ognuno è incomprimibile.
Ma lo sforzo deve essere cercare la sintesi. Non l'agnosticismo.
E' una visione che non ci appartiene. Per noi il rapporto
tra etica e politica è un rapporto forte e vitale.
Implica un rigore che si deve poter riconoscere anche nel
momento della scelta delle donne e degli uomini chiamati a
portare in Parlamento le nostre idee e i nostri programmi.
Nei giorni scorsi autorevoli voci si sono levate dal mondo
cattolico per chiedere una selezione attenta delle candidature.
Sono preoccupazioni giuste, e sono anche le nostre, quelle
che hanno dato vita al codice etico del Partito democratico,
quelle che ci hanno spinto ad arricchire le nostre liste con
figure rappresentative di una visione eticamente esigente
della politica come quelle, che sono lieto di annunciare oggi,
del professor Mauro Ceruti e del giornalista,e conduttore
del programma “A sua immagine”, Andrea Sarubbi.
La proposta del Partito democratico è la proposta
di chi sa che non è certo compito di un partito produrre
catechismi laici, ma sa altrettanto bene che la politica non
può dare soluzioni ai problemi senza farsi guidare
da un sistema di valori e senza interpellare in profondità
le coscienze.
E' un equilibrio delicato, ma indispensabile. Quando nei
giorni scorsi abbiamo scritto il nostro programma non abbiamo
prodotto un punto a parte sui diritti, proponendo un elenco
deduttivo e astorico di priorità tra valori e principi.
Non è questa la via per coniugare etica e politica.
Lo sforzo, continuo, deve essere quello della sintesi.
Se affronto un valore alla volta è ovvio che io, prendendolo
isolatamente, lo possa affermare come intangibile, incomprimbile,
non negoziabile. Tuttavia quando il politico è chiamato
a fare scelte e opera direttamente sulla complessità
della realtà si trova di fronte, per fare alcuni esempi,
al dovere di coniugare la difesa della vita e il rifiuto dell’accanimento
terapeutico; la valorizzazione della particolare dignità
della famiglia fondata sul matrimonio e i diritti delle persone
che convivono stabilmente; gli obblighi di servizio del personale
sanitario e l’obiezione di coscienza; la tutela della
salute fisica e psichica della donna e quella della vita umana
dal suo inizio.
E a proposito della legge 194: dov'è la contraddizione
tra la difesa di una legge che ha dimezzato il numero degli
aborti e fatto uscire le donne dal buio della clandestinità
e la volontà nostra di applicarla integralmente, valorizzandone
gli aspetti di prevenzione e facendo leva sui progressi della
scienza per rafforzare la tutela della vita e allontanare
dalle donne quello che resta comunque un dramma? Dov'è
la contraddizione?
E’ a partire da questi convincimenti profondi che abbiamo
risposto alla richiesta dei radicali di schierarsi con noi.
Se abbiamo detto loro non di apparentarsi con la nostra lista,
come con insistenza ci hanno chiesto, ma di entrarci dentro,
rinunciando a presentarsi col loro simbolo accanto al nostro,
impegnandosi a sottoscrivere il nostro programma e a formare
un unico gruppo parlamentare all'indomani delle elezioni,
è perché anche a loro abbiamo chiesto di superare
la pura cultura delle identità separate e autosufficienti
e di mettersi in gioco e in discussione, a confronto con gli
altri, assumendo il rischio e abbracciando l’opportunità
di una ricerca comune.
Noi abbiamo fatto, così, una grande operazione di
coinvolgimento. Abbiamo portato dentro il nostro grande progetto,
dentro la nostra visione politica e culturale, una forza che
rimanendo sola, allora sì avrebbe finito per esprimere
posizioni esasperatamente laiciste, per rimarcare il suo ruolo,
per sottolineare i suoi obiettivi, per guadagnare un consenso
di tipo esclusivamente identitario.
Invece abbiamo chiesto, e abbiamo ottenuto, molto. Ad un
partito che si chiama “radicale” e che quindi
ha sempre fatto della nettezza delle sue posizioni la sua
identità, abbiamo chiesto di accettare la cultura del
dialogo e della mediazione.
L'abbiamo fatto perché chi vuole venire con noi deve
accettare di condividere questo nostro impegno.
E perché, semplicemente, questo è quel che
serve all’Italia, al nostro Paese.
Il mondo sta cambiando attorno a noi. E l’Italia non
ha a che fare con una crisi congiunturale, dalla quale potrà
uscire più o meno come è entrata. Solo se sapremo
chiamare a raccolta tutte le risorse intellettuali e morali
del Paese, le straordinarie energie oggi sottoutilizzate,
a cominciare dal talento delle donne e da quello dei giovani,
potremo dare all’Italia un futuro di ripresa, di rilancio,
di speranza.
Solo se sapremo ascoltare le domande che arrivano dalle famiglie
italiane, se sapremo sostenerle concretamente e farle essere
serenamente quel luogo d'amore e di solidarietà che
sono, proteggendo i bambini con leggi che puniscano nel modo
più severo chi si macchia del più orrendo dei
crimini; e ancora moltiplicando i posti negli asili nido e
rendendo più flessibili gli orari e i tempi di lavoro,
aiutando in modo significativo attraverso l'introduzione di
una “Dote fiscale” le famiglie con figli. Ribaltando,
in poche parole, l'attuale circolo vizioso tra bassi tassi
di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi
di povertà minorile, facendolo diventare un circolo
virtuoso fatto di più donne occupate, più nascite
e famiglie economicamente più sicure.
Per tutto questo è nato il Partito Democratico: non
per affiancare forze che restano divise, magari accomunate
solo dal nemico da sconfiggere. Tutto il contrario: il Partito
Democratico è nato per unire il Paese, per abbattere
muri e steccati, per aprire porte e costruire ponti: tra impresa
e lavoro, tra lavoratori dipendenti e autonomi, tra Nord e
Sud, tra padri e figli, tra laici e cattolici. Perché
solo insieme, lavorando insieme, pensando insieme, cercando
insieme, ce la possiamo fare.
Insieme, laici e cattolici del Partito democratico, noi rivendichiamo
il valore della nostra responsabilità. Dell'etica della
responsabilità.
Alcide De Gasperi, pochi mesi dopo la fine della guerra,
alla prima Settimana Sociale dei Cattolici italiani, richiamava
il carattere inevitabilmente diverso dei due punti di vista:
“Avvicinarsi a questa assise”, disse, “è
come eseguire una grande ascensione montana. Ci si trova in
un’atmosfera ossigenata. Non sempre quando si scende
dall’alta montagna è possibile mantenere la stessa
atmosfera, e direi non sempre la stessa prospettiva può
essere attuata quando si tratti di dover fissare una pratica
di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui
e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono
essere le aspirazioni di principio e le possibilità
di azione.”
Sono parole che testimoniano la grandezza dello statista
e dell'uomo, del credente e del laico insieme. E che sono
l'esempio di come larga parte della storia dell’impegno
dei cattolici sia stata segnata, in Italia, da momenti in
cui ad una astratta etica della testimonianza è stata
privilegiata un’etica della responsabilità, per
garantire la coesione sociale e culturale del Paese.
Come non ripensare, ad esempio, all’atteggiamento di
Aldo Moro, che ricorderemo domani, sul referendum sul divorzio
e sulla solidarietà nazionale. Come non andare con
la mente e col cuore a uno degli uomini che tra i primi ha
indicato il cammino e ha lavorato per aprire la strada. “Aveva
un fortissimo pudore e riserbo sulle cose intime e personali”,
ha detto Giovanni Bazoli ricordando Beniamino Andreatta, “ma
è altrettanto vero che i valori del cattolicesimo informavano
le sue scelte e i suoi comportamenti privati e pubblici”.
C'è un grande patrimonio che vive, attraverso le persone
animate da fede vera e profonda, dentro il Partito democratico,
e che contribuisce a dargli identità e forza. E' anche
grazie a questa ricchezza che proseguiremo il nostro cammino
e che cambieremo l'Italia. Insieme.