di Victor Rasetto
Segretario del Pd di Genova
Lettera a La Repubblica, ed. Genova, 14 giugno 2008
Caro direttore,
E’ ormai un passatempo nazionale e ora locale quello di far fuoco sul Pd. C'è un esaurimento delle funzioni dei partiti negli ultimi quindici anni? Colpa del Pd. La nostra città è gettata in un clima di opacità da qualcuno che ha usato le istituzioni per scopi del tutto personali? Si valorizzano individui che una volta eletti o scelti diventano partiti di se stessi? Macchia del Pd. La distinzione fra politica e economia non è nitida? Imputabilità solo del Pd. Ora basta. Consideri il mio intervento come una vera apologia. Si sbaglia bersaglio. Il Pd è nato da pochi mesi e ha una sola responsabilità: quella di pagare debiti contratti da altri. Ai tanti tiratori scelti, dico di guardare dentro se stessi e alle loro fragili nostalgie di quando i partiti erano macchine di potere che "comandavano", camarille che gestivano interessi senza alcun rapporto con i bisogni della vita reale.
Guardo dentro di me e riconosco tanti fondatori del Pd: 13mila. Un corpo sano, che mescola antiche e nuove energie e coglie il senso della sfida. Per noi la passione non è finita e il Pd non è il problema, è parte della soluzione. Un partito nuovo nasce se sa star dentro il proprio tempo e cogliere il cambiamento già in atto. Sento odore di trappola quando si utilizza solo il materiale che la storia ci fornisce per giustificare il nostro progetto. Il Pd, nato dalla crisi dei partiti tradizionali, deve essere il compimento di questa crisi o il tentativo di ricostruirli in forme nuove?
Ora è il momento di rispondere. La vera partita inizia adesso. Non possiamo scegliere il nostro passato, possiamo però iniziare a scegliere il nostro futuro, selezionare riferimenti sociali, illuminare parti dello specchio ed oscurarne altre.A chi, dentro il Pd, affronta le nuove sfide con la testa rivolta all'indietro, a chi confonde il pluralismo con la cristallizzazione di equilibri del passato, a chi tira la coperta senza preoccuparsi se si rompe rispondo con fermezza che la misura è colma. Il Pd è uno oggetto fragile, non lo abbiamo fondato per noi, non è un bene privato di una comunità chiusa. Ma un'istituzione civile, dove rigore e umiltà valgono ancora, che appartiene a tutti coloro che intendono abitarla. Ci sono energie preziose che non devono essere soffocate da personalismi, gruppi che perseguono il riempimento di caselle a tavolino e non il merito e la qualità. Il problema oggi non è più chi siamo stati ma a cosa serviamo. Non è più il riconoscimento delle culture di provenienza ma una cultura politica nuova. E' finito il tempo in cui pochi sostituivano molti!
Ora è il momento di rompere gli equilibri e che a parlare, a pieni polmoni, sia la parte silenziosa e laboriosa del Pd. Il mio è un appello. Lo dobbiamo alla nostra città, soffocata da tanti deboli sistemi di potere, da cui la politica deve emanciparsi. Genova è negli occhi di chi guarda e non può mostrarsi come una città che quando propone progetti a lungo respiro, fa emergere al suo interno la resistenza al cambiamento, con vecchi e nuovi corporativismi. Una città che invece di competere nel mondo si limita a difendersi dal mondo. Lo dobbiamo ai genovesi, a noi stessi e ai nostri figli.