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19 gennaio 2009
Porto
L’agenzia del lavoro, una scommessa per il Porto di Genova

Di Alessandro Repetto, Presidente della Provincia di Genova



foto repetto.jpgVisto l’accostamento che di recente Repubblica ha fatto tra la proposta dell’Agenzia e il mio nome nell’articolo sul problema dell’organizzazione del lavoro in porto, ritengo utile fornire alcuni spunti di approfondimento, fermo restando che alla Agenzia si può arrivare dopo che l’Autorità portuale avrà assolto al dovere di cercare di affidare pubblicamente la fornitura esclusiva di lavoro temporaneo e la gara non abbia dato esito positivo.
Anche se la legge ne fa menzione in maniera molto concisa e rinviando ad un decreto mai pubblicato, si può trarre il senso e le caratteristiche dell’Agenzia sia dalla sua genesi legislativa che dalle indicazioni che l’art.17 ne fornisce.
In che cosa l’Agenzia si distingue dall’impresa che potrebbe aggiudicarsi la gara bandita dall’Autorità portuale?
L’impresa aggiudicataria, che sia o meno la Compagnia Unica, sarà vincolata a garantire continuità di occupazione agli attuali lavoratori ma nei limiti determinati dal bando in rapporto alle previsioni dei traffici. L’organico sarà definito con accuratezza perché dall’eventuale eccedenza in giornate non lavorate derivano le indennità che lo Stato è impegnato a erogare attraverso una speciale cassa integrazione. Dai numeri che circolano è probabile un eccesso dell’attuale forza lavoro della Compagnia. Inoltre, sotto il profilo contrattuale, l’impresa non sarebbe vincolata ad applicare il CCNL portuali ma solo al rispetto del minimo salariale previsto dalla legge. Se si tratta poi di una cooperativa il rischio di impresa espone maggiormente i lavoratori che ne formano anche il capitale sociale.
L’Agenzia, sebbene promossa dall’Authority, è anch’essa un soggetto di diritto privato, frutto dell’associazione tra le imprese autorizzate a operare in porto, le quali ne assumono la gestione diretta in base a un regolamento concordato con l’Autorità portuale e i sindacati. L‘Agenzia si costituisce assumendo i lavoratori delle ex compagnie che inquadra secondo il CCNL alla stregua dei dipendenti delle imprese associate. L’Agenzia è dunque un’impresa, ma è non profit, per cui sulle tariffe non graverà l’utile di impresa.
Anche per l’Agenzia la legge prevede la determinazione dell’organico. Se però si va a leggere la genesi legislativa dell’Agenzia dove veniva indicata come “associazione del lavoro portuale” sul modello dei “groupements des employeurs” francesi, si scopre che ad essa non è affidata solo la “missione produttiva” di fornire il lavoro temporaneo al sistema portuale, ma altre due missioni: la “missione sociale”, cioè farsi carico degli eventuali esuberi derivanti dalla trasformazione dell’organizzazione del lavoro, e la “missione riproduttiva”, assolvere cioè al ruolo di scuola di formazione portuale, organizzata in funzione di un sistema di abilitazione professionale definito d’intesa con l’Autorità portuale e i sindacati.
Le missioni non direttamente produttive, ossia quella formativa e quella sociale, beneficerebbero naturalmente di contributi pubblici. D’altro canto la formazione si collega direttamente alla produzione e al riconoscimento e alla crescita professionale dei lavoratori, ma può anche agire in chiave di ammortizzatore sociale nella mobilità degli esuberi mirando a un orizzonte occupazionale che comprenda l’intero sistema dei servizi portuali.
La soluzione dell’Agenzia potrebbe essere la più adatta alla realtà genovese anche per un altro motivo. La legge prevede che le imprese terminaliste siano dotate di personale proprio in numero adeguato ai piani industriali per cui hanno ottenuto le concessioni. La quota di lavoro temporaneo che esse utilizzano dovrebbe pertanto essere commisurata solo ai picchi di lavoro. La situazione attuale è invece molto diversa, nientemeno rovesciata, e i lavoratori della Compagnia sono impiegati sulle banchine a volte in maniera prevalente rispetto ai dipendenti dei terminalisti. Sotto questo profilo, l’Agenzia conserva alle imprese il vantaggio dell’attuale rapporto tra costi fissi e variabili, ma d’altra parte li impegna ad assumere la responsabilità giuridico-economica dell’occupazione, della formazione e dell’eventuale mobilità dei lavoratori temporanei. Una responsabilità che invece esse non hanno verso l’impresa aggiudicataria della gara, come il caso di Trieste con il fallimento della locale Compagnia ha mostrato.
Infine, la ricomposizione dei lavoratori portuali, dipendenti dei terminal e dell’Agenzia, all’interno di un’unica organizzazione e di un unico contratto di lavoro costituirebbe un traguardo di altissimo rilievo sociale che proietterebbe il porto di Genova verso un modello avanzato e produttivo, assimilabile a quello del Porto di Barcellona, che valorizzerebbe il ruolo delle imprese e dei sindacati conservando all’Autorità portuale il ruolo di controllo pubblico.