
25 marzo 2009 Scuola
Serie AB
Una giornata tipo di una giovane insegnante precaria

h 8,00: entro in aula. Per mancanza di locali e per ragioni di risparmio il dirigente scolastico ha accorpato tre classi di indirizzo diverso: dovrò spiegare Boccaccio contemporaneamente ai ragazzi del liceo classico, a quelli dello scientifico e a quelli del linguistico. Come farò? – mi domando. Come ho sempre fatto da quando lavoro in una scuola parificata che mi paga meno di una dog sitter eche, sottraendomi metà delle ore previste dal monte ore nazionale, ultimamente mi ha elargito uno stipendio di 370 euro. E’ lo stipendio di due mesi di lavoro, beninteso. Fortunatamente, però, quando si ama il proprio lavoro e si hanno meno di trent’anni certi dettagli passano anche in secondo piano. Devono per forza passare in secondo piano. Ormai ci hanno abituato a questa solfa: sei giovane, quindi devi soffrire. Ma l’etimologia della sofferenza non apparteneva soltanto alla parola “adolescente”? E dire che, proprio stamattina, mi è comparsa un’altra orrenda zampa di gallina. Devo imparare a tenere a bada le deformazioni professionali e la paura della vecchiaia. E poi è inutile piangersi addosso: in fondo – mi dico- sei molto più fortunata di tanti altri colleghi disoccupati. Oggi, poi, tocca alla cornice del Decameron, e la cornice mi ha sempre fatto impazzire: potrò parlare di novella dentro la novella, di amore per la vita, di morte sconfitta dall’humanitas, di donne che prendono l’iniziativa. Potrò parlare anche dell’importanza della legge. Potrò? Potrò davvero? Inizio a leggere, a spiegare, a emozionarmi un po’. E’ normale che a loro non succeda: sono ragazzi, mi guardano come se fossi un marziano e, soprattutto, sono le 8 del mattino. Do un’occhiata all’orologio: non sono più le 8,00. Sono le 8,30 e la maggior parte degli studenti deve ancora entrare in classe. Sono ragazzi. Ma anche io sono stata ragazza (e forse un pochino lo sembro ancora, alla faccia della maledetta zampa di gallina), e Boccaccio mi piaceva, e mi piaceva anche il professore. Ecco perché non mi sono mai sognata di arrivare in ritardo a scuola. O forse ero semplicemente ben educata? h 8,30: i casi sono due. O li lascio fuori dalla porta o li faccio entrare. L’opzione 1 è pedagogicamente corretta, ma un disastro sotto il profilo didattico: non sapranno mai che quei dieci raccontavano novelle perché amavano la vita. L’opzione 2, però, comporterà, tra le altre cose, la rottura (frequente ed iterata) dell’incantesimo, quello per cui lo studente laggiù in fondo ha finalmente iniziato a prendere appunti o, fatto ancora più meraviglioso, ad ascoltare. Devo decidermi, maledizione. Ma in questa scuola non ci sono regole? Perché tocca a me l’ardua scelta? Devo decidermi. E, mentre decido, perdo il filo. L’incantesimo si è rotto. A questo punto la sorte ha, come al solito, scelto al posto mio. Li faccio entrare. La pedagogia ha perso. L’incantesimo si è rotto. Sono incazzata. Non tanto con loro, quanto con i genitori e con le non-regole di questa scuola. Sono incazzata e invece di leggere la delicatezza delle parole di Boccaccio, farfuglio le peggiori banalità che un mediocre professore frustrato potrebbe pronunciare. Quando poi mi escono di bocca le parole “locus” ed “amoenus” sento di averli persi. Maledizione. h 9,00: Maledizione, la campana. Volevo capissero meglio che quei dieci avevano fondato una sorta di costituzione, perché senza legge condivisa non c’è libertà e neppure amore. La vera peste è l’illegalità. L’Italia dovrebbe guardarsi sotto le ascelle. h 9,30: Questa volta Boccaccio devo spiegarlo ai ragazzi del corso professionale. Classe solo maschile, ma non avverto disagio. Bè, forse un po’ turbata lo sono: credevo ricordassero che il Medioevo non è nel 1600. Voglio dire, il Medioevo è un po’ anche adesso. Comunque bisognerebbe sempre partire da quello che riteniamo più banale. Forse, però, dovremmo iniziare a farlo quando i nostri figli hanno ancora i dentini da latte. I genitori e i maestri elementari dovrebbero ottenere un patentino. No patentino, no figli. Oddio, che pensiero fascista! Guai, comunque, all’insegnante che si dimentica di aver ignorato, un tempo, che Boccaccio fosse un uomo del Medioevo (affermazione peraltro discutibile). Il turbamento, però, diventa fastidio: lento, graduale, inesorabile. Mi chiedono delucidazioni, ma appena inizio a parlare si girano dall’altra parte. Non riesco a terminare una frase: il disinteresse è totale. Un modo, però, ci sarebbe… Li sto perdendo. Coraggio, prof.: il fine giustifica i mezzi. Ok, lo dico: “Boccaccio ha scritto anche novelle licenziose”. Silenzio. “Cosa vuol dire, prof? Che scopano?”. Di nuovo s’insinua il maledettissimo dubbio: pedagogia o didattica? Al diavolo entrambe. Rido (nessuno saprà che, in realtà, ghigno anche di dolore) e, mentre la campana suona, prometto al più presto una lettura licenziosa (Signore, fa’ che oggi abbiano imparato almeno questa parola). h 10,00: Andrà bene la novella delle brache? Rido (e ghigno) ancora. Poi, la vedo. Si avvicina a me ricordandomi che oggi pomeriggio ci saranno gli scrutini. Chiedo cortesemente di non anticipare troppo, come recentemente accaduto, l’orario della riunione: “Ho i corsi di recupero di greco in un’altra scuola, Preside”. Ometto, come naturale e doveroso, le seguenti informazioni: anche oggi non riuscirò a pranzare; mi è assolutamente necessario lavorare – finché dura il contratto – anche nell’altra scuola perché qui mi date uno stipendio da fame e non mi mettete nelle condizioni di lavorare come dovrei e vorrei; anche nell’altro Istituto (statale, questo) non si fanno comunque affari: non ricevo lo stipendio da ottobre e, soprattutto, quest’anno è possibile che, da un momento all’altro, per mancanza di fondi il Ministero dell’Istruzione mi inviti a levare il disturbo. Ometto, dicevo, questa serie di informazioni che mi sembrano francamente pleonastiche. Mi limito ad attendere una risposta. Mi aspetto gentilezza e comprensione: in fondo, non ho fatto nulla di male e sono stata corretta. Poi, la doccia: incomprensibilmente fredda: “Guardi che questa non è una scuola di serie B”. No? h 12,00 – 15, 30: Mi trovo, grazie al cielo, nella scuola di serie A (quella, per intenderci, in cui la Gelmini non mi ha ancora dato un euro e ha tagliato del 30% in un anno la retribuzione per i corsi di recupero). Davanti a me una ventina di giovani, lacunose anime stanche, puntuali, educate e speranzose. Perché non posso lavorare qui anche al mattino? Quanti anni mi ci vorranno per insegnare in una scuola statale come questa? Perché sono arrivati milioni di euro alle scuole private? Perché non cambio mestiere? Forse perché, quando guardo gli studenti (di ogni scuola, senza eccezione) non riesco mai a sentirmi infelice. h 15,45: Ho fame: gli scrutini mi aspettano, ma la preside no. Corro come il vento. Corro come se stessi andando a ritirare un vero, normalissimo stipendio da insegnante. h 16,30: La preside è in ritardo sulla tabella di marcia. h 17,00: Finalmente iniziano gli scrutini. Mancano alcuni colleghi e la preside mi prega di sostituirli. h 24,00: La novella delle brache li farà ridere.

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