
7 aprile 2009 Scuola
Costruire il federalismo scolastico. L’Istruzione dal Titolo V ad un federalismo compiuto
Il Convegno nazionale organizzato il 3 aprile a Palazzo Tursi

Il cambiamento calato dall’alto non funziona. In ogni settore la vera trasformazione, a volte rivoluzione, parte dal basso. Vale anche per il mondo della scuola, come hanno detto in coro le amministrazioni locali riunite a Palazzo Tursi nel corso del Convegno nazionale “Costruire il federalismo scolastico. L’istruzione dal Titolo V ad un federalismo compiuto”, organizzato dal Comune di Genova e dall’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani. “E’ il momento di confrontarci e parlare di scuola – ha spiegato Paolo Veardo, assessore comunale alla Scuola - , ma in maniera diversa. Sono quindici anni che il Ministero di Viale Trastevere vuole fare la “rivoluzione”, quando la vera priorità sono i ragazzi e il loro futuro, che devono sempre essere messi al centro. L’Europa guarda con attenzione a questa tematica e con obiettivi di alto valore, che poco si sposano con i provvedimenti assunti dai vari Governi, sia di centrodestra che di centrosinistra. Bisogna creare le condizioni per rilanciare la scuola, con una logica simile a quella adottata per la sanità, partendo dalle istituzioni per poi passare ai fatti. Non è infatti un problema di numeri, di ore e di maestri, quanto di fare scelte mirate per la scuola. Abbiamo la necessità di reali interventi normativi e non di far sempre fronte a regolamenti attuativi su cui non si può mai controbattere. La nuova idea di scuola passa proprio dal livello locale, con accordi tra i vari enti, creando le giuste condizioni per raffrontarci con il Governo a seconda delle diverse tipicità territoriali”. Ha rimarcato ancora di più il concetto Andrea Ranieri, assessore alla Cultura del Comune di Genova, che ha portato al tavolo della discussione l’esempio americano: “In termini di risorse gli interventi più sostanziali del presidente Obama si sono indirizzati verso il sistema scolastico e della ricerca, aumentando in questi due campi il sostegno finanziario agli Stati federali. La discussione sul federalismo scolastico in Italia deve avere due obiettivi chiari ed immediati: capire quale è oggi il livello di autonomia degli enti locali e proporre dei contenuti, dire quali obiettivi si vuole raggiungere per la nostra scuola, a partire dal territorio che deve sede della ricomposizione delle competenze. Noi Comuni chiediamo che ci sia riconosciuta una responsabilità che, di fatto, siamo spesso chiamati ad assumerci in mancanza di competenze e di risorse, e vogliamo costruire alleanze con Province, Regioni e Governo”. A testimonianza di questa situazione, Daniela Polenghi, assessore comunale all’Istruzione di Cremona e rappresentante della commissione Istruzione dell’Anci, ha portato alcune cifre: “Nel 2006 i Comuni hanno speso otto miliardi per l’istruzione e l’edilizia scolastica, cifra che equivale proprio al taglio deciso quest’anno dal Governo. I Comuni, quindi, dicono: mai più deleghe senza risorse”. Maria Prodi, assessore al Sistema Formativo della Regione Umbria ha spiegato l’idea di federalismo scolastico portato avanti dalla Conferenza delle Regioni, di cui è rappresentante: “La nostra proposta è orientata a preservare le caratteristiche di unitarietà del sistema scolastico nazionale. Non si configura quindi come ipotesi di frammentazione della scuola, piuttosto come proposta di governance che vede interfacciarsi in maniera coordinata più soggetti. Le Regioni vogliono concorrere con lo Stato a far sì che l’isolatezza della scuola venga superata in funzione di una maggiore interazione con il mondo del lavoro. Negli ultimi anni abbiamo spesso vissuto battaglie con il governo in termini di risorse e competenze, non si può riformare la scuola bypassando le realtà locali. Se lo Stato arretra e scarica le spese sui Comuni, c’è un falso risparmio e i cittadini pagano comunque, o perché al Comune servono più risorse o perché c’è una riduzione dei servizi. In più si viene a creare una forte concorrenza tra i Comuni per accaparrarsi le pochissime risorse a disposizione”. Gli enti locali vogliono quindi dal governo un ruolo da protagonisti nelle scelte che riguardano la scuola, evitando di essere continuamente scavalcati dalle decisioni prese a Roma. Porta un esempio l’assessore Prodi: “Dopo la rivolta di Regioni e Comuni, il governo ha deciso che i criteri in base ai quali stabilire se chiudere o meno una scuola siano fissati, entro giugno, con un’intesa tra Regioni, Enti locali e Governo. Nel frattempo però dal Ministero sta arrivando la definizione degli organici e il rischio è che, attraverso i tagli agli organici, si arrivi comunque agli effetti voluti dal governo, scippando ancora una volta la sede decisionale”. Un ruolo da protagonisti lungo tutto il percorso formativo, a partire anche dal periodo pre-scuola 0-6 che “deve diventare elemento costituente del processo formativo – chiede l’assessore genovese Paolo Veardo – e proprio su questo punto vorremmo costituire a livello locale un tavolo per discutere insieme del futuro del pre-scuola. I bambini non devono essere più o meno fortunati a seconda delle risorse di cui dispone il Comune in cui risiedono. Devono esserci le stesse opportunità per tutti”. “L’aspirazione alla conoscenza deve essere nutrita sin dalla prima infanzia – ha dichiarato Gioia Rispoli, assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Napoli - . Su questo dobbiamo investire perché i ragazzi abbiano la forza e la voglia di sapere”.

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