
22 giugno 2009 Scuola
Scuola: il punto di vista dell'assessora provinciale Cappello
L’assessora all’Istruzione Manuela Cappello ha diffuso una nota in cui fa il punto sulla situazione attuale della scuola.

Queste sono le considerazioni dell’assessora all’Istruzione della Provincia di Genova Manuela Cappello, sul momento che sta vivendo la scuola: “La scuola negli anni è sempre stata oggetto di scontro ideologico dei partiti di governo e le varie riforme affrontate non hanno portato ai risultati sperati, spesso anche per la loro mancanza di applicazione; molti laureati e plurilaureati o specializzati sono docenti precari da più di 10 anni ed hanno investito la loro vita sulla formazione per l’insegnamento (con la SISS o con corsi di specializzazione) e spesso si ritrovano con altri docenti, magari stabilizzati, con una preparazione pedagogica totalmente differente o inesistente. Si parla di riforma, ma si perde di vista l’obiettivo primario, l’aspetto educativo/sociale che la scuola dovrebbe svolgere prima ancora di quello della semplice trasmissione delle conoscenze.
Oggi il contesto sociale è cambiato, i rigurgiti rigoristi sono del tutto miopi e demagogici, dare il 5 in condotta con l'improbabile pretesa di punire per pretendere la disciplina; tutta la ricerca in quest’ambito concorda sulla necessità di un approccio docente/studente di empatia in cui il docente non può non personalizzare l’approccio con i singoli studenti, diversi per intelligenza, preparazione, estrazione sociale e culturale, in cui il docente non può trascurare chi è già carente e premiare il migliore, che non ha bisogno di ulteriori stimoli e appoggi, in cui se negli anni lo studente in difficoltà non migliora, non si integra, ci si deve domandare se è corretto l’approccio usato, e se, da un lato, taluni docenti hanno una sensibilità e intuizione tale da non necessitare di particolare formazione, dall'altro, una buona parte non ha gli strumenti e le conoscenze indispensabili per affrontare i disagi degli studenti, per interessarli, per motivarli, per responsabilizzarli, per renderli cittadini consapevoli, per integrarli, per evitare una grave dispersione con tutti i pesanti effetti sociali conseguenti.
Ed ecco allora che qualunque riforma scolastica che abbia il serio obiettivo educativo non interviene gravosamente solo sulla quantità (tagli di docenti, di edifici scolastici, aumento del numero di allievi in classe, riduzione del personale ATA) ma punta soprattutto alla qualità (del docente, dell’ambiente scolastico) e alla salvaguardia delle specificità, soprattutto dell’entroterra.
Oggi la Gelmini toglie la SISS perché afferma che la specializzazione si può fare con un tirocinio, ma se il laureato non ha nessuna preparazione pedagogica ed il tutor neppure qual è la qualità del tirocinio? Se in una classe gli insegnanti cambiano di anno in anno, hanno un approccio diverso l’uno dall’altro, quale educazione riceve il ragazzo? Perché lo studente si comporta diversamente a seconda del docente presente? Coma fa a capire qual è il comportamento corretto se gli insegnanti hanno un atteggiamento diverso (qualcuno infastidito della sua presenza, qualcuno più comprensivo, qualcuno più insofferente). La condivisione di un metodo, il lavoro di squadra, la discussione, partendo da una base di conoscenza pedagogica comune, la formazione continua; questo, credo, sia l’approccio corretto nella scuola di oggi. La professione dell’insegnante ha una responsabilità sociale altissima e non può essere considerato alla pari di un qualunque impiegato pubblico. Occorre investire su di esso, permettergli di confrontarsi con altre realtà estere e permettergli di migliorarsi, occorre gratificarlo e riconoscere in lui uno status, una risorsa irrinunciabile, che solo in Italia manca.
Oggi le nostre scuole cadono a pezzi, non sono strutturate per accogliere in sicurezza e ambiente gradevole gli studenti, sembrano fatte apposta per farli scappare. Le Province cercano di trovare soluzioni, e quando le trovano, il patto di stabilità impedisce di fare gli investimenti.
In questi ultimi anni i provvedimenti presi non hanno contemplato nessuno di questi due aspetti, ma solo la riduzione delle spese. Se non si vuole fare un’ulteriore specializzazione post laurea, si deve prevedere un corso di studio specifico nelle varie Università, si deve prevedere una formazione continua per tutti i docenti e dirigenti, così come per tutte le professioni si prevede il life long learning.
Oggi stiamo ancora aspettando la vera riforma Gelmini (quella degli indirizzi scolastici, i precedenti erano solo tagli!), che doveva uscire a maggio per essere poi realizzata con l’anno scolastico 2010-2011, ma ad oggi non abbiamo alcuna definizione degli indirizzi ed entro ottobre 2009, il Piano Provinciale della nuova Offerta deve essere pronto; rimangono i mesi di luglio, agosto, settembre, per confrontarsi con il territorio, mesi di ferie in cui sarà difficile riuscire a sentire tutti, e ci ritroveremo nuovamente a dover scrivere un piano, fondamentale per un’adeguata risposta alle esigenze e specificità territoriali, in fretta e furia col rischio di perdere qualche pezzo per strada. Noi siamo pronti a rivedere sul territorio l’offerta formativa in funzione della riforma, attendiamo che si faccia.
Ultima considerazione, e ulteriore appello che ritengo doveroso fare è sui Licei Scientifici Tecnologici, attualmente presenti negli istituti tecnici e secondari di secondo grado, ma che con la riforma confluiranno nei licei scientifici. E’ un errore! Da 10 anni si svolgono nei tecnici, con risultati ottimi anche all’università; le scuole sono attrezzate con laboratori scientifici, e con personale docente preparato; hanno, spesso, la metà degli iscritti, necessaria per raggiungere il minimo di legge e se si perdono, si rischia di perdere anche gli indirizzi tecnici, oggi già in difficoltà. Questo è l’esempio di come una riforma non tenga conto delle esperienze ottime fatte negli anni.”

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