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27 agosto 2009
Politica nazionale
Un forte odore di legge ad personam

Testo di Tamara Turatti, Foto di Michele Guelfi


La terza parola democratrica declinata mercoledì sera alla Festa Democratica Nazionale, nello spazio dibattiti della Sala Guido Rossa, è Giustizia. Il Potere di realizzare il diritto mediante l’applicazione della legge, dice il dizionario. Ma i cittadini comuni sembrano non pensarla allo stesso modo. Dicono che non esiste, che non è uguale per tutti. Nell’estate delle carceri sovraffolate e dei parlamentari in visita alle case di detenzione, l’autunno, per la giustizia, si preannuncia altrettanto caldo, con il disegno legge sulle intercettazioni e la riforma penale da approvare.

E se il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, affronta il problema carceri adducendo la responsabilità agli stranieri, chiedendo risorse all’Europa per risolverlo, gli risponde indirettamente il deputato e responsabile nazionale Giustizia del PD, Lanfranco Tenaglia: “Nei giorni scorsi sono andato a visitare un carcere e la situazione è davvero al limite della sopportazione”.
Sei detenuti per 10-12 mq, neanche lo spazio per mangiare seduti. “Se non è ancora esplosa dobbiamo ringraziare il lavoro e l’abnegazione della polizia giudiziaria, per altro alle prese con seri problemi di organico. E questo perché sta mancando una reale politica della pena e dell’edilizia penitenziaria. Il ministro Alfano aveva promesso un piano straordinario per aprile 2009 e invece i 250 milioni che Prodi aveva stanziato a suo tempo sono stati sottratti per finanziare il taglio dell’Ici. Il Pd ha depositato le sue proposte da tempo, ma non abbiamo ricevuto risposta, non sono state accettate”. E cosa ne pensano i magistrati e gli studiosi di diritto, coloro che di giustizia vivono?

Raffaele Cantone, fino al 2007 pubblico ministero nella direzione antimafia di Napoli, sotto scorta ancora oggi per le sue indagini sul clan camorristico dei Casalesi, è lapidario: “Il problema del sovraffolamento delle carceri era assolutamente prevedibile. Già al tempo dell’indulto avevamo detto che nel giro di un paio d’anni tutto sarebbe tornato come prima. In più questo Governo sta portando avanti una politica di sicurezza sul piano penale, aumentando i reati e la possibilità di essere arrestati. Così si genera un paradosso: per i piccoli e medi reati c’è il carcere sicuro, mentre chi commette grandi reati può ottenere benefici sfruttando la legge ordinaria carceraria. Nuovi istituti carcerari sono necessari, ma è altrettanto necessario modificare il sistema della sanzione penale”.

Gli fa eco Vittorio Grevi, professore ordinario di Procedura penale: “Occorrono sì misure sanzonatorie diverse dal carcere, al contrario dell’andamento attuale che mira a istitutire pene più detentive, ma è vero anche che non è stata fatta un’adeguata politica sul problema stranieri. Sarebbe molto importante, invece, arrivare a un sistema di accordi bilaterali con i paesi di provenienza per trasferire lì l’esecuzione della pena. Spesso da noi gli stranieri non possono neanche accedere a misure alternative, resta solo il carcere”.

Giustizia: governare con giudizio, secondo diritto, cita ancora il dizionario. Eppure, oltre il problema carceri, l’altro grande leit motiv è l’inefficienza.

“In Italia il costo della giustizia si aggira sui 4 miliardi- commenta Patrick Agnew, corrispondente in Italia dell’Irish Times da più di vent’anni- avete 6 mila giudici, ma, a differenza di altri paesi, 3 milioni e mezzo di casi non risolti. C’è qualcosa che evidentemente non funziona”. Già. I tempi biblici, i processi che non finiscono più, la macchina della giustizia che non funziona. Dal pubblico la signora Mastrosimone porta la sua testimonianza: tredici anni in causa per una compravendita immobiliare.
 

“I processi civili spesso hanno tempi elefantiaci, un po’ per responsabilità dei magistrati, un po’ degli avvocati, che non hanno testimoni da portare in aula- spiega Raffaele Cantone- Altre volte sono problemi organizzativi del tribunale, per mancanza di soldi. Ma il cittadino può ricorrere alla legge Pinto, che garantisce risarcimento quando il procedimento ritarda troppo. Il risultato? Un ulteriore intasamento: si richiede di applicare la legge Pinto per processi che si erano già avvalsi della legge Pinto”.

Secondo le stime, sulla durata dei processi siamo classificati peggio dell’Africa. “Abbiamo il sistema più garantista al mondo, è chiaro, però, che questo comporta una certa fatica nel farlo funzionare” commenta Grevi. Ma Stefano Livadiotti, redattore dell’Espresso e autore de “Magistrati. L’ultracasta” è di altro avviso: “L’Italia investe lo 0,26% del suo Pil per la giustizia, contro lo 0,19 della Francia, quello che spende per due procedimenti, in Oltralpe lo spendono per due. E’ un problema di efficienza e di mancanza di reali controlli. Dal 1999 al 2006 sono stati istituiti mille400 procedimenti disciplinari a carico di magistrati, di questi solo lo 0,065% ha perso il posto. Come è possibile far funzionare un sistema, mi chiedo, quando un magistrato qualsiasi è consapevole che dopo 28 anni diventerà magistrato di cassazione, indipendentemente dal suo curriculum. Ai tempi di Mani Pulite la fiducia nella magistratura era all’83%, oggi è al 33%. Quello che auspico nel mio libro è una presa di coscienza dei magistrati e un’autoriforma. Anche il Capo dello Stato recentemente ha usato queste stesse parole per prevenire l’attacco all’indipendenza della magistratura”.

“Certo il problema della perdita di credibilità è vero -risponde con forza l’ex pm Cantone- ma in quale altro Paese si è verificato un attacco così violento nei confronti della magistratura? Dove si è sentito parlare di magistrati quali malati psichici? Questa è l’idea che la politica dà della magistratura. Ci sono responsabilità da parte nostra, è chiaro, ma non si può dare la colpa a una sola parte”.

E a proposito di politica, l’autunno si preannuncia caldo. Berlusconi ha promesso di portare a termine entro settembre il disegno di legge sulla riforma penale. In mezzo, le intercettazioni. A colpi di fiducia?

“Questa maggiornanza non sta facendo nulla per aumentare l’efficienza della giustizia-  dice Lanfranco Tenaglia- ma al contrario interviene in tutt’altra direzione, a vantaggio non di tutti i cittadini, ma di qualcuno in particolare. Siamo di fronte a una schizofrenia. Da una parte il Governo predica tolleranza zero, istituisce le ronde, il reato di clandestinità, e poi, però, con il disegno di legge sulle intercettazioni, depotenzia di fatto gli strumenti che servono ai cittadini per avere giustizia e sicurezza”.

Spostando il presupposto delle intercettazioni da indizi di reato a indizi di colpevolezza, con la durata massima di 60 giorni, lo scandalo della clinica S. Rita, i 'furbetti del quartierino', e molti altri casi riconducibili anche alla stessa criminalità organizzata, non sarebbero mai venuti alla luce.
 
“Inoltre,- continua Tenaglia- questo disegno di legge fa venir meno il rapporto tra PM e polizia giudiziaria, un principio di garanzia per tutti i cittadini, perché separava l’indagine giudiziaria dal potere politico. Toccarlo è un atto molto grave, riporterebbe le lancette indietro di vent’anni, con i noti episodi di depistaggio e i misteri italiani. Alla Camera il Ddl è stato approvato con la fiducia, una cosa mai successa, e tutte le sue norme sono fortemente incostituzionali, volte non ad accorciare i tempi ma a dilatarli, a pennello per il processo Mills. Sento un forte odore di legge ad personam. Se davvero il ministro Alfano vuole dar seguito al dialogo come ha detto, cominci dalle intercettazioni, stralciando il suo provvedimento e riprendendo la nostra normativa della scorsa legislatura, approvata all’unanimità, anche da questa maggioranza”.