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31 agosto 2009
Politica nazionale
Parole Democratiche: Immigrazione

Il dibattito con Marta Vincenzi e Marco Minniti


Ultima domenica di agosto: un gommone con 75 somali, 15 donne  e 3 bambini, viene respinto verso le coste della Libia dalla Guardia costiera. Berlusconi a Tripoli dice di non saperne nulla e comunque l’Italia non può aprire le porte a tutti. Parola d’ordine: rigore. Parola democratica alla Festa Democratica Nazionale: Immigrazione. “Siamo di fronte all’ennesimo segno negativo- dà inizio al dibattito Marco Minniti, responsabile Sicurezza del Pd- è una macchia indelebile sulla coscienza di questo Paese. Facciamo levare la voce democratica: i diritti umani sono inviolabili e non dipendono dal colore della pelle”. Per il centrodestra è semplice: basta con questa sinistra che confonde i rifugiati con i clandestini, e non importa smentire il diritto europeo o offendere l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Laura Boldrini, che di quest’ultimo è portavoce per la sezione italiana, attacca: “Nessuno, sia chiaro, perora la causa del far entrare tutti, però bisogna adottare il diritto anche per i respingimenti. Rimandare indietro senza verificare identità e condizioni dell’individuo è una violazione della Convenzione di Ginevra, su cui fa perno tutta la normativa europea in materia”. Gli immigrati regolari in Italia sono 4 milioni, contro gli 800mila irregolari. Sono anche il 9,9% del Pil, versano centinaia di milioni all’Inps e altrettanti alle banche per i mutui prima casa. Non si vedono, non fanno notizia. “Purtroppo questo Governo evidenzia sempre e solo gli aspetti negativi- racconta Radwan Khawatmi, imprenditore di origini siriane e presidente del movimento Nuovi Italiani- Esercito nelle strade, impronte ai bimbi rom, reato di clandestinità. Questa non è l’Italia che ha scritto grandi pagine della storia” E’ la fabbrica della paura. Confondere i concetti: immigrazione clandestinità e criminalità. Durante i precedenti governi di centrosinistra, i casi di reati commessi da clandestini trasmessi dai telegiornali nazionali erano il doppio rispetto a quelli trasmessi nei tempi del comando berlusconiano. “L’immigrazione in Italia è una questione affrontata in maniera menzoniera- spiega un giornalista di grande esperienza come Wolfang Achtner- e la colpa è soprattutto della televisione che dà un’immagine sfalsata della realtà. Da una parte una campagna di propaganda sulla paura, dall’altra un paese che non corre alcun pericolo di essere assalito dagli immigrati”. Immigrazione vuol dire anche politiche sul territorio, cambiamenti sociali da governare. Marta Vincenzi, Sindaco di Genova è chiara:“C’è sempre stata una mancanza di politiche vere sull’immigrazione. Ma non c’è una ricetta uguale per tutti i territori. Bisogna cercare di rappresentare un paese accogliente e ridurre luogo per luogo il tasso di conflittualità. A Genova, per esempio, dopo il periodo tumultuoso degli anni 90 e la sfida persa con l’immigrazione nordafricana, dobbiamo affrontare un nuovo flusso: la comunità ecuadoriana. Molti quartieri sono cambiati antropologicamente, è un problema di cambiamento anche fisico, come successo a Sampierdarena. In altri quartieri invece, come al Cep, i genovesi hanno trovato forza nella presenza degli immigrati. Le politiche vere sono quelle urbanistiche, evitando i quartieri ghetto, partendo dai serivizi, dalle scuole. Lo Stato però deve intervenire dando risorse per spezzare i vertici della criminalità che ad esempio sfrutta l’immigrazione per droga e prostituzione. Solo così si crea fiducia nelle istituzioni”. Ma le posizioni assunte dal Governo non sembrano andare in questa direzione.“Dentro il Pacchetto Sicurezza- continua la Sindaco- ci sono norme che di fatto impediscono ai comuni di procedere nelle politiche di integrazione. Gli operatori dei servizi sociali sono tenuti a dichiarare la clandestinità di una persona, ad esempio. E per una città come Genova, fondata sulla cultura dei servizi alla persona, buttare 40mila clandestini nella condizione di invisibilità significa consegnare all’ingiustizia questa città. Non ce lo possiamo permettere. E’ un rovesciamento indecente della paura sull’immigrazione, mi vergogno del nostro paese in questo momento. Bisogna uscirne, è un problema di civiltà”. E per uscirne potrebbe essere utile tornare ai diritti. “Chi nasce in italia deve essere italiano- propone Fabio Granata, capogruppo PdL in Commissione Cultura, contrario al reato di clandestinità- adottiamo lo ius soli e una diminuzione dei termini del diritto di cittadinanza a 5 anni, previo giuramento simbolico sulla costituzione e conoscenza della lingua italiana. Serve una risposta politica realista, capace di aprirsi al grande potenziale che l’immigrazione rappresenta”. Siamo l’unico paese in cui non si applica il diritto di cittadinanza per chi nasce su suolo nazionale.“Cittadinanza e voto amministrativo sono le battaglie da fare in Parlamento- conclude Minniti- Solidarietà e sicurezza si garantiscono a vicenda nelle politiche del centrosinistra. Solo così si può costruire una visione strategica sul tema immigrazione”.