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22 settembre 2009
Sicurezza
Criminalità organizzata in Liguria: non sottovalutiamola

Intervento dell'onorevole Andrea Orlando



andrea orlando.jpgNelle scorse settimane, il Sindaco di Genova ha sollecitato l’attenzione dell’opinione pubblica della sua città sul rischio di fenomeni di infiltrazione mafiosa. La reazione delle forze dell’ordine è stata, quanto meno, tiepida, e da più parti si è negata la rilevanza della presenza mafiosa a Genova e nella Liguria. Tuttavia, all’inizio di Luglio, un’operazione della DIA ha fatto emergere la presenza di soggetti di origine siciliana nel centro di Genova, che avevano nel corso del tempo acquistato diversi immobili utilizzati dal mercato della prostituzione. Nessun legame degli indagati con la mafia è stato al momento indicato, e, tuttavia, tanto la provenienza degli stessi quanto la struttura intervenuta (la DIA, appunto) hanno riaperto un dibattito sul tema.
  La ancor più recente confisca di beni a persone legate ad Antonino Loiacono, del clan Madonia, ha offerto un dato dal quale sarà difficile prescindere (da notare, poi, quanto segnalato nella Relazione annuale del Commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali: nel corso del 2008, in tutta la Liguria, sono stati confiscati ventisette immobili, di cui quattordici in Provincia di Genova, quattro a Imperia, sei a La Spezia, tre a Savona).
Esiste, purtroppo, una tradizione consolidata nel negare radicamenti mafiosi nelle Regioni settentrionali, e di considerare il fenomeno limitato al solo Meridione. Si ricordi il caso eclatante del Procuratore Generale di Milano che, nel 1992, aprì l'Anno Giudiziario negando ogni prova di una presenza della mafia nella Provincia; una clamorosa smentita si ebbe negli anni successivi, allorché la Procura di Milano arrestò migliaia di membri della 'Ndrangheta e diede inizio a un maxiprocesso conclusosi con numerose condanne all'ergastolo.
Anna Canepa, magistrato di rilievo della nostra Regione, di fronte alla Commissione Antimafia della XIV Legislatura, ha affermato di aver speso dieci anni della sua carriera nel tentativo, vano, di riuscire a far riconoscere il reato di associazione di stampo mafioso a Genova nel corso di un processo contro noti emissari di Cosa Nostra. Tuttavia, l'uso di negare o minimizzare la presenza e l’attività di organizzazioni mafiose nel Nord si scontra con una solida realtà, data da ben documentati e numerosi atti giudiziari e investigativi.
Va pur detto che, talvolta, il negare l'esistenza delle mafia in determinate aree, segnatamente anche in Liguria, si ispira alla comprensibile preoccupazione di coprire indagini in atto. Si deve aggiungere, però, che quest’atteggiamento è spesso nutrito da una scarsa fiducia sull’utilità di un dibattito pubblico su quest’argomento e in particolare di un confronto politico; anche sulla base dell’inconcludenza di molte discussioni, si ritiene più utile la via delle indagini e delle misure di prevenzione piuttosto che quella della responsabilizzazione dei soggetti pubblici riguardo al fenomeno.
C’è da chiedersi se invece oggi, anche a fronte dei numerosi atti che testimoniano la solida presenza della mafia in Liguria, non sia tempo di dare una rilevanza diversa al tema delle infiltrazioni criminali nell’economia Ligure. D'altro canto, la Liguria unisce a una certa rilevanza economica la funzione di crocevia logistico d'importanza fondamentale, che lega il Nord al Sud, e le regole di convenienza logistica che muovono l’economia legale si sovrappongono spesso a quelle dello sviluppo dell’economia illegale, sempre più internazionalizzata.
Le relazioni della DIA dal ’98 a oggi documentano la presenza in Liguria, nel genovese, nel savonese e nello spezzino, della mafia siciliana, la quale, secondo la stessa fonte, gestisce un mercato di stupefacenti, diverse strutture dedicate al gioco d'azzardo (sono stati scoperti diversi casi in cui Cosa Nostra ha imposto agli esercenti con metodi intimidatori l'uso dei suoi apparecchi per videopoker; l'attività del gioco d'azzardo è infatti molto produttiva), alcune società edili (anche inserendosi nel sistema degli appalti pubblici), attività di fornitura di manodopera ai cantieri e caporalato, estorsioni, usura, riciclaggio e traffico di armi. Cosa Nostra ha pure acquistato vari immobili in zone prestigiose del centro di Genova, al fine di destinarli a ospitare suoi affiliati e loro familiari. Al contempo la DIA ha in più occasioni provato, in Liguria, la presenza della 'Ndrangheta, l’organizzazione criminale che più si è rafforzata in questi anni. Numerose operazioni di polizia hanno fatto emergere una presenza capillare di questa organizzazione nel territorio ligure, con sedi scoperte a Sarzana, Lavagna, Busalla, Genova, Ventimiglia, e in coordinamento con le centrali francesi di Mentone, Nizza, Tolone, Marsiglia.
La 'Ndrangheta svolge, nella Regione, numerose funzioni di sostegno ai latitanti (per esempio, acquistando immobili destinati al loro rifugio) e di riciclaggio in attività commerciali dei proventi illeciti, gestisce un fiorente mercato della droga, precisamente della cocaina, in collaborazione coi cartelli colombiani presenti in Liguria (nel 1994, nel porto di Genova, fu sequestrato un carico, commissionato dalla 'Ndrangheta, di ben 5.000 kg di cocaina) e controlla un sistema di case da gioco (in particolare nello spezzino) e di macchine da videopoker.
Con preoccupante intensità, la 'Ndrangheta ricicla i propri proventi in attività commerciali lecite; questo avviene particolarmente nel Ponente della Liguria, ma anche nel Tigullio, con infiltrazioni nel sistema degli appalti pubblici e in quello di riciclaggio dei rifiuti; l'organizzazione calabrese partecipa pure a società commerciali dedite specialmente alla costruzione di immobili, è inserita nel sistema della ristorazione e pratica diffusamente l'estorsione.
Sono numerose, come per Cosa Nostra, le famiglie della 'Ndrangheta di cui la DIA ha dimostrato la presenza e l’attività in Liguria. Infine, è accertata la presenza in tutta la Liguria di diverse mafie straniere: nigeriana, magrebina, cinese, russa, albanese. Queste sono dedite allo sfruttamento dell'immigrazione clandestina, ad attività di violenza ed estorsione nei confronti dei loro connazionali, al riciclaggio di proventi illeciti mediante piccoli esercizi commerciali, alla contraffazione, al traffico degli stupefacenti, alla gestione della prostituzione. Particolarmente ben radicata è la mafia albanese, che ha persino strutturato delle collaborazioni colla 'Ndrangheta.
Non deve far sottovalutare il fenomeno, né il rischio di una sua evoluzione, il fatto che le mafie, in Liguria, sembrino, per il momento, "orientate più che ad ottenere un diretto ed immediato controllo del territorio, piuttosto alla conquista di mercati e riferimenti logistico-strategici per la gestione dei traffici illeciti" (relazione della DNA sulla Criminalità in Liguria, anno 2006). Non solo, infatti, l'inserimento della mafia nel sistema economico ligure prosegue, in alcuni casi, già dagli anni '70, ma ci sono diverse prove di un suo sempre maggiore radicamento (prova ne sia che diverse organizzazioni criminali investono i loro proventi illeciti in imprese e attività immobiliari: chiaro indizio di una loro volontà di radicarsi durevolmente nel territorio).
Inoltre, devono metterci in guardia, sul rischio di uno sviluppo del fenomeno mafioso, anche in Liguria, le parole del Procuratore Nazionale Antimafia Grasso, il quale, il 25-II-2009, ha dichiarato alla Commissione Antimafia che è accertato, in base alle conoscenze acquisite del fenomeno, il fatto che: "nei periodi di transizione economica, di crisi congiunturali o strutturali, si siano presentate occasioni prontamente sfruttate dalle organizzazioni criminali di tipo mafioso per trarre motivo di più ingenti profitti, di ulteriore arricchimento, di più profonda penetrazione nell’economia e nella finanza". "Tutto autorizza a ritenere che", ha proseguito il Procuratore, "l’attuale crisi finanziaria ed economica, destinata purtroppo, secondo le valutazioni dei tecnici, ad aggravarsi, possa rappresentare una ghiotta occasione per l’arricchimento delle mafie. Ciò per una serie di motivi fra i quali vi è in primo luogo l’enorme, illimitata liquidità finanziaria di cui godono le organizzazioni mafiose, in particolare quelle che traggono i maggiori profitti dal traffico internazionale di stupefacenti.
A differenza di tutti gli altri, detto mercato certamente non andrà in crisi perché in esso sia la domanda che l’offerta aumentano rincorrendosi in una spirale sempre in continua crescita". Il Procuratore Grasso ha ancora notato che: "Gli istituti bancari, anche quelli più grandi, sono in difficoltà, soffrono di limitazioni nelle risorse e anche quando ne dispongono non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati. Di contro, diminuiscono i prezzi delle materie prime come il petrolio, degli immobili, delle aziende in crisi nonché i valori dei titoli e delle azioni. Oggi la mafia può acquistare in svendita tutti questi beni a prezzi stracciati con denaro contante, con una conseguente accelerazione del processo di occupazione in settori sempre più vasti dell’economia e in un modo decisamente più accentuato rispetto a quanto è avvenuto negli scorsi anni.
Le difficoltà del sistema bancario a soddisfare le esigenze di finanziamento dei singoli e delle imprese favoriranno il ricorso ai prestiti usurai che sono gestiti dalle organizzazioni mafiose dissimulate, nascoste, mimetizzate dietro apparenti finanziarie insospettabili che sembrano operare nell’economia legale". La mafia non entra, dunque, necessariamente nell’economia dalla porta di servizio o con l’utilizzo della violenza. In questa fase, può permettersi di farlo utilizzando ingenti risorse in modo legale.
Credo sia evidente che queste considerazioni si adattino perfettamente anche alla realtà della Liguria, e debbano spingerci a riconoscere la gravità potenziale di un fenomeno che già oggi potrebbe produrre elementi di distorsione nei settori economici di alcune realtà della nostra regione. Mi riferisco in particolare al turismo e all’edilizia. Un primo fondamentale passo per l'inizio di una lotta all’infiltrazione mafiosa da condurre anche con attività di prevenzione è per questo l’esatta e diffusa conoscenza del fenomeno. Penso per questo sia urgente sviluppare un’attività di sensibilizzazione dei soggetti economici e finanziari, delle associazioni che li rappresentano e delle amministrazioni locali. A queste ultime vanno offerti strumenti di lettura del fenomeno, e informazioni in grado di far scattare dei campanelli d’allarme che non possono essere costituiti soltanto dall’intervento dell’autorità giudiziaria.
La certificazione antimafia, come si è spesso verificato non basta più e per fermare nuove e sofisticate, e per questo più subdole, forme di ramificazione delle mafie occorrono strumenti che anche la politica deve contribuire a costruire.
Una prima soluzione potrebbe essere costituire una banca dati di tutti gli appalti pubblici, dove siano registrate non solo le ditte che vincono gli appalti, ma tutte quelle che partecipano e con quali offerte. Si creerebbe così un utile strumento capace di rendere subito evidente l'esistenza di "cartelli" che si ripetono e offerte ripetute e troppo vicine nel valore economico, due forti indizi d'irregolarità.
Un secondo passo potrebbe consistere nell'istituzione di una seconda banca dati, che registri i trasferimenti di proprietà degli immobili a uso commerciale e delle licenze, anche qui permettendo di avere un controllo continuo e di vedere se si verifichino improvvise accelerazioni nei volumi di scambio e nei valori attribuiti. Da notare come la creazione della prima banca dati sarebbe sostanzialmente a costo zero; in ogni aggiudicazione di appalto ci sono tutti i dati necessari, basta immetterli di volta in volta in un unico database. Per quanto riguarda la seconda, la questione è solo poco più complessa: tutte le transazioni immobiliari, infatti, vengono registrate al Catasto; con i dati di questo e con la collaborazione delle associazioni di settore potrebbe essere possibile costruire un database completo.
Un terzo fondamentale passo può essere l'istituzione di un osservatorio regionale sul fenomeno della criminalità organizzata. Nessuno in questa fase storica può affermare di non sapere, né può trincerarsi dietro il fatto di non essere tenuto (anche istituzionalmente) a sapere. La qualità dello sviluppo locale, la trasparenza del mercato e dei processi amministrativi sono obbiettivi che la legge assegna a numerosi soggetti pubblici e privati e che confliggono con la presenza di soggetti criminali nei processi economici anche quando questi non costituiscano un’imminente e diretto pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza.