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17 dicembre 2009
Economia e lavoro
Economia e lavoro: si è svolto il primo dei seminari programmatici del PD Liguria

Il professor Caselli: "Genova e la Liguria devono interpretare un ruolo forte nel Nord Ovest"



basso al convegno.jpgSuccesso di partecipazione al primo dei seminari programmatici organizzati dal PD della Liguria per eleborare la proposta di programma da consegnare al candidato Claudio Burlando. Sotto la lente di ingrandimento di amministratori locali, docenti universitari, rappresentanti delle associazioni di categoria e delle diverse sigle sindacali l’economia e il lavoro in Liguria, tra  difficoltà attuali e prospettive future.
A introdurre i lavori dell’incontro, svoltosi al Plaza Hotel di Genova, è stato il segretario regionale del PD Ligure, che ha spiegato lo spirito dell’iniziativa:
“La proposta che elaboreremo sarà la nostra visione della Liguria – ha dichiarato Lorenzo Basso - . La nostra identità trasformata in proposte. Il seminario si articolerà in una tavola rotonda e in quattro tavoli di lavoro tematici secondo una modalità che vuole essere lo specchio della nostra attenzione all’ascolto e alla partecipazione.
Nelle prossime settimane il Partito Democratico ligure organizzerà altri quattro incontri di tipo seminariale attorno alle priorità che la nostra regione dovrà affrontare nel breve e medio termine.  Saranno cinque le grandi aree su cui ci concentreremo. Innanzitutto economia, lavoro e impresa, su cui lavoreremo stasera. Il secondo campo sarà quello dei saperi, in cui affronteremo il tema centrale dell’istruzione, dell’orientamento, della formazione, della riqualificazione professionale e delle politiche attive del lavoro. La terza linea d’azione sarà dedicata ai servizi per la persona. Il quarto ambito avrà ad oggetto la risorsa forse più importante per la Liguria: il suo ambiente e il suo territorio. Infine, come quinto punto, cultura, sport e turismo”.

A tracciare un profilo della Liguria e della sua realtà produttiva, con limiti e opportunità è stato il professor Lorenzo Caselli dell’Università di Genova, Facoltà di Economia. Una lectio magistralis la sua, di cui riportiamo alcuni stralci.

caselli.jpg"Nell’analizzare la situazione ligure dobbiamo predere in considerazione alcuni elementi strutturali che fanno parte del suo DNA.
Innanzitutto non possiamo prescindere dalla presenza diretta e indiretta dello Stato: fattore esplicativo, non esclusivo, dell’alternarsi di fasi di sviluppo, di crisi, di riorganizzazione, quindi occorre ragionare nel quadro della politica economica complessiva nazionale.
Poi vanno rimarcate le peculiarità dell’imprenditoria locale, che poggia su uno zoccolo esteso di piccole e piccolissime imprese, concentrate su elevate produzioni tradizionali, con scarse proiezioni verso l’esterno, con elevato turnover e limitate possibilità di sopravvivenza.
Vorrei poi ricordare la storica subalternità dell’economia locale rispetto a centri decisionali e dinamiche esterne. E il costante ritardo nell’adeguamento infrastrutture: ferrovie, strade, porti, autostrade sempre alla ricerca del mitico progetto risolutorio. Ancora, nel DNA della nostra realtà economica si deve considerare la limitatezza dello spazio a danno dell’insediamento di attività produttive fino a diventare alibi per speculazioni immobiliari.
E la configurazione fisica della regione che rende difficile il raggiungimento di economie di scala, di rete, l’attivazione di masse critiche a livello economico e sociale.
Va richiamata la non elevata centralità e incidenza di Genova e della Liguria rispetto all’economia nazionale ed europea e alle dinamiche culturali e sociali, anche se in questi ultimi tempi non sono mancati eventi significativi a livello culturale.

Questi elementi del DNA hanno riflessi sulla struttura economica e sociale regionale: abbiamo una peculiarità, negli ultimi decenni la nostra regione ha presentato tassi di crescita del Pil sistematicamente inferiori alla media nazionale. Quale la spiegazione? Sicuramente la crisi e  il ridimensionamento dell’industria, la crescita di un terziario a bassa produttività e inoltre la contrazione relativa delle persone in grado di produrre ricchezza con il loro lavoro.

Quindi, nell’ottica del medio e lungo termine potremmo parlare di un declino relativo della Liguria, che non ha comportato manifestazioni di particolare apparente gravità, grazie a fattori inerziali e ad ammortizzatori economici sociali come i redditi da pensioni (21% del PIL), l’incidenza dell’impiego pubblico sul totale della popolazione, le rendite finanziarie, le seconde case. Allora, il mantenimento dello status quo protegge in qualche modo la Liguria. E’ però una protezione al ribasso che allontana le possibilità di cambiamento e innovazione.

C’è anche da considerare il fattore delle idee e dei valori della nostra popolazione.
Abbiamo un modesto profilo di cultura riformistica, una scarsa propensione alle trasformazioni innovative. In Liguria è difficile realizzare sinergie di forze e di risorse in ordine a obiettivi progressivi capaci di porsi come discrimanti sia del conflitto che dell’accordo. Prevale la semplificazione banale, l’approccio deterministico, l’agire su brevi orizzonti.
Come affrontare il tutto? Che carte giocare? Ecco alcuni nodi fondamentali.
La prima discriminante riguarda il posizionamento di Genova e della Liguria, rispetto alla nuova divisione del lavoro a livello Euro - Mediterraneo. Genova appartiene al Nord Ovest, area aperta, caratterizzata per la densificazione di relazioni economiche sociali tra i diversi poli a partire dall’asse Torino – Milano, legato dall’alta velocità. Queste due città hanno scoperto di avere bisogno l’una dell’altra per stare sulla scena della competizione mondiale. Il Nord Ovest è un’area nevralgica, la logica dei corridoi non va letta solo in termini di infrastrutture fisiche. E’ un disegno di Europa fatto di connessioni e interdipendenze, rapporti di forza, modalità di distribuzione sul territorio dei benefici e dei costi e dei processi di integrazione economica.
Assistiamo a uno spostamento verso Nord e verso Est del baricentro economico europeo. Dall’altro lato a un emergere prepotente del Mediterraneo come crocevia i cui si giocano questioni importanti come pace, sviluppo, cooperazione.
Di qui l’importanza strategica delle funzioni di raccordo fra Mediterraneo ed Europa. E in ordine alla governance i possibili pretendenti non sono pochi: Valencia, Barcellona, Marsiglia, che nel 2103 sarà Capitale Europea della Cultura. E anche le città del Sud Italia. Genova non può contare allora su posizioni di rendita o diritti acquisti. Occorre agganciare le trasformazioni in atto, sapendo cosa mettere da subito sul piatto della bilancia.
Il Terzo Valico è condizione necessaria, ovvio, ma non sufficiente. Perché ci sarebbe, in una logica di rete, la direttrice Savona Piemonte, quella Imperia - Cuneese. E poi il tempo è una componente fondamentale nella competitività. Il Terzo Valico, se arriva quando i giochi sono fatti, serve a poco.
Oggi Genova e la Liguria devono saper e poter dimostrare l’importanza non surrogabile del proprio ruolo di integrazione nel Nord Ovest allargato, aperto, destinato a diventare una grande regione europea.
La questione portuale rappresenta un passaggio obbligato in quest'ottica. Dobbiamo essere consapevoli dell'importanza del sistema portuale logistico integrato capace di alimentare l'Europa del Sud, in prospettiva sottrarre traffici ai porti del Nord Europa, e di accrescere la competitività, la qualità e l'attrattività di tutta la macro regione Nord occidentale. Il porto di Genova è in grado di garantire tutto ciò? In che misura è perno e fulcro di un sistema logistico integrato e articolato sul territorio, oltre Appennino, nella progettazione di nuove sinergie e complementarietà reticolari e di flusso con altri attori e istituzioni, in connessione con Spezia e Savona.Registriamo il fatto che i porti di Venezia, Trieste, Capod'Istria, Ravenna, e nel prossimo futuro Fiume, scoprono le nuove opportunità e voglion dar vita al NAPA, Nord Adriatic Portual Association.
La scommessa impegnativa sulla quale dobbiamo lavorare è la possibilità di attivare una circolarità virtuosa tra ricerca, formazione, tecnologia, industria, servizi e qualità di lavoro. Dobbiamo prendere consapevolezza che in Europa non si esce dalla crisi senza l’industria. La via che l’Italia deve intraprendere per andare avanti si deve basare su uno stretto rapporto tra la conoscenza e il nuovo modo di produrre e consumare in un contesto globale ma radicato sul territorio. Si deve pensare a nuove idee, nuove energie in un’Europa senza frontiere, ma le cose non cadono dall’alto, bisogna avere delle potenzialità che portano ad avere dei punti di forza per creare un nuovo sviluppo. Questi punti di forza sono: il mare come potere economico, culturale e tecnologico, come catalizzatore competente; le tecnologie avanzate e mi riferisco a quelle elettroniche, informatiche ed energetiche, un grande patrimonio che qualifica l’imprenditorialità pubblica; ci sono le grandi polarizzazioni di ricerca, come l’Istituto Italiano di Tecnologia e le eccellenze in campo universitario e medico/sanitario; il patrimonio ambientale, storico e culturale in grado di dare ricchezza e potenzialità ai centri storici, anche a quelli all’interno. Infine l’ultimo punto di forza è Genova quando acquista consapevolezza delle sue possibilità e dà consenso alle trasformazioni. All’interno del Rapporto Stiglitz del Presidente Francese Sarkozy si parla non solo di PIL ma anche di BIL come Benessere Interno Lordo. Questo viene misurato sulla base di fattori quali la vita materiale, la salute, l’istruzione, i rapporti sociali, l’ambiente… insomma tutti gli indicatori del benessere economico. Le città in cui il BIL è maggiore sono quelle situate nel Nord/Est/Centro, mentre tra le quattro provincie della Liguria è La Spezia ad essere più in alto in classifica. Genova è seconda con un BIL del 97,7 e quindi è sotto la media, seguono Savona e Imperia. Al primo posto della classifica si trova Forlì Cesena. Però è necessario sottolineare che a Genova non mancano ingredienti di sviluppo, occorre costruire una rete di opportunità, bisogna creare un collante tra i soggetti pubblici e i privati. E’ una vera e propria sfida etica e culturale".